mercoledì 12 maggio 2021

 


        UNA NUOVA ERA PER LE CASCINE LOMBARDE CENTRI DI CULTURA OLISTICA 
          ricerca effettuata con contributo di FC

                                  

                        
Perché l’Istituto Uomo e Ambiente vuole occuparsi della destinazione delle ultime cascine lombarde e in particolare di quelle intorno al capoluogo?

L’articolo 2 del nostro statuto recita

Art.2 (scopo e oggetto)

L’associazione non ha fini di lucro, essa ha lo scopo di formare una nuova cultura ambientale attraverso l’educazione e la ricerca ai fini di creare nuove identità  di operatori sensibili all’ecologia , all’architettura , al paesaggio e ai beni culturali attraverso un nuovo umanesimo  che travalichi il contrasto uomo-natura per ricreare una nuova  armonia e una nuova estetica. I principi che reggono l’attività dell’Istituto sono quelli della libertà di ricerca e di informazione e di un impegno democratico e pacifista nel tentativo di perseguire un ambiente più a misura della vita e dell’uomo partendo da una visione costruttiva ed umanitaria che mostri come alla base del benessere ci debba essere la finalità di non nuocere all’uomo e all’ambiente  come unità inscindibile. per ricreare una nuova  armonia e una nuova estetica

I principi che reggono l’attività dell’Istituto sono quelli della libertà di ricerca e di informazione e di un impegno democratico e pacifista nel tentativo di perseguire un ambiente più a misura della vita e dell’uomo partendo da una visione costruttiva ed umanitaria che mostri come alla base del benessere ci debba essere la finalità di non nuocere all’uomo e all’ambiente  come unità inscindibile.

L’IUA nasce da una esperienza di protesta alla cementificazione del territorio ed alla distruzione sistematica del paesaggio consolidato in Lombardia ed in particolare nell’alta Brianza. Infatti alcuni studiosi nei primi anni ottanta, si misero al servizio di un comitato di abitanti che protestava per la trascuratezza di alcune amministrazioni comunali a proteggere le ultime aree naturali della zona. Da lì nacque il Parco regionale della valle del Curone con le sue cascine antiche ed ormai disabitate, per la maggior parte di proprietà di enti benefici. La ricchezza del territorio dal punto di vista culturale e naturalistico fu evidenziata da uno studio interdisciplinare commissionato dalla Regione Lombardia e poi pubblicato con la casa editrice Electa dal titolo: “Montevecchia e il suo circondario”. In questa ricerca si potè notare come un territorio apparentemente insignificante, amorfo e residuale può contenere gioielli di storia, di archeologia, di fauna, di botanica e di agricoltura. In seguito alla costituzione del parco con sede a Montevecchia le cascine sono state ristrutturate e sono divenute centri di agriturismo, sedi di cultura e produzione biologica. In particolare le due maggiori cascine, Galbusera Bianca e Galbusera Nera, sorte su antichissimi baluardi gallici da cui ricavano il nome ( Gallicus Albus Ager, le bianche fortificazioni dei Galli) sono state ristrutturate ricorrendo alla bioarchitettura di cui il nostro Istituto è stato uno dei pionieri. Questa relazione tra architettura, agricoltura e cultura olistica o ecologica è il fondamento di questo studio che si basa sul nuovo paradigma della cultura ambientalista e del pensiero ecosistemico: nulla è separato, tutto è in relazione. 


 La corte lombarda era la storia delle famiglie contadine e delle loro anime. Era il loro mondo. In tutte le stagioni il ritmo della giornata era scandito dal sole: all’alba presto nei campi e al tramonto il rientro a casa dopo il lavoro. Le cascine della Pianura Padana avevano una loro particolare tipologia abitativa caratterizzata dal grande cortile attorno al quale ruotava e si sviluppava la vita colonica di uno o più nuclei. Il termine cascina (XII sec.) origina dal latino volgare capsia (recinto per bestiame) in seguito divenuto capsina, poi cassina e infine cascina. Perlopiù le cascine avevano un accesso principale costituito da un grande portone ligneo e una corte che agevolava le relazioni tra le famiglie che accrescendosi potevano dare vita a micro comunità solidali tra loro. Questa tendenza nacque da alcune esigenze pratiche che consentivano di usufruire di servizi comuni come stalle, fienili, mulini, pozzi e forni per il pane e come difesa dai malintenzionati. Per tali motivi le corti avevano una tipica pianta a "L", a "U" oppure si presentavano completamente cinte. L’aia centrale serviva a battere e trebbiare il grano. La stalla svolgeva il duplice ruolo di ricovero per animali da tiro ma anche sociale come luogo di ritrovo per le famiglie che nelle sere d’inverno, al tepore del bestiame, si riunivano per ascoltare i racconti degli anziani. Un altro locale presente nelle corti lombarde era la casera dove venivano prodotti i formaggi. Le origini delle cascine lombarde risalgono al feudalesimo. La società medievale poggiava su forti basi rurali e l'agricoltura costituiva una delle principali componenti di sostegno. Le prime notizie documentate sono del X sec. e descrivono costruzioni realizzate con argilla e paglia la cui finalità era quella di deposito agricolo e fienile. Più in avanti furono costruite in malta, pietre, mattoni e con il tetto di tegole o coppi. Sottotetto, finestre, persiane porte e il gran portone d'ingresso erano in legno. Tipica era la presenza di un rustico costituito da una serie di colonne che sostenevano un tetto in tegole e uno spazio aperto ai lati. Le corti lombarde si concentravano prevalentemente nelle province di MilanoMonzaLodiCremonaMantova, nelle zone di pianura delle province di Bergamo, Brescia Varese, nella parte brianzola delle province di Como e Lecco e nella pianura della provincia pavese. Un significativo cambiamento delle corti è stata la modernizzazione dei processi agricoli che ne cambiarono la fisionomia. Nei decenni successivi molte corti lombarde vennero demolite mentre altre furono ristrutturate e convertite principalmente a uso pubblico con finalità sociali, istituzionali e culturali. In particolare a Milano sono sopravvissute circa un centinaio di cascine. Alcune hanno trovato utilizzo come biblioteche, aree di svago, centri di accoglienza (per anziani, disabili o tossicodipendenti). Altre sono rimaste aziende agricole in attività che ancor oggi lavorano secondo le antiche tradizioni lombarde. Tra queste, la cascina Campi a Quinto Romano, la cascina Molino del Paradiso (o della Braschetta) di Muggiano (cavalli e foraggio), la cascina Gaggioli, il Mulino della Pace Barona, la cascina Battivacco alla Barona (riso), la cascina Basmetto alla Barona (riso), la cascina Campazzo (latte) e la cascina Nosedo (latte e derivati). Sempre a sud della Barona, sono presenti le secentesche cascine San Marco e San Marchetto. Tra le più antiche cascine di Milano vi è la cascina Chiesa Rossa, un antichissimo Porticus rurale di epoca romana, nel tempo divenuto aula di culto cristiano. La caduta dell’impero romano e la successiva fase tardo-longobarda sono state le basi per la chiesa romanica soprastante le cui strutture sono ancora oggi visibili. Fonti del 1455 raccontano del corteo nuziale di Tristano Sforza e di Beatrice d’Este che, proveniente da Pavia e diretto a Milano, sostò a S. Maria RuffaRuffa o Russa, infine Rossa (la chiesina fatta di mattoni rossi). Oggi, gli edifici restaurati ospitano la biblioteca civica Chiesa Rossa del centro ricreativo-culturale creato nell’ex stalla di una tipica cascina lombarda seicentesca. Altre interessanti cascine sono: la cascina Malandra (o Torre del Ronco) che sorge nei pressi di Monzoro (area del Ticino) e la cascina Moirano (antico insediamento agricolo). Del XIII sec. sono la cascina Corte Regina, la cascina Linterno e la cascina Monluè. Risalenti al XIV secolo sono la cascina Garegnano (Lorenteggio) e la cascina Triulza (Trivulza nell’Ovest milanese). Del XV secolo sono la cascina Boscaiola (tenuta di caccia delle Signorie Visconti e Sforza), le cascine Guascona e Guasconcina, la cascina Monastero e la cascina Pozzobonelli. Risalenti al XVI secolo sono le cascine Casanova (periferia orientale Forlanini), Monterobbio (Barona - Parco Agricolo Sud), Torrette di Trenno, San Gregorio Vecchio e Selvanesco. Del XVII secolo sono due cascine dotate di impianti molinatori: Mulino Vettabbia (un mulino ad acqua) e Molino Dorino (con macine e ingranaggi ancora integri). In una mappa ottocentesca, il mulino della cascina prese la denominazione di Molino Lauzi dai precedenti proprietari. Qualche tempo dopo venne acquistato dalla famiglia Dorino. Nel 1986 venne aperta la fermata della linea metropolitana 1 rossa che dal Mulino prese il nome. Anche il fascino della Cassina de’ Pomm dura da secoli. Il suo nome risale al XV sec. quando Francesco Sforza volle lungo il Naviglio piccolo dei frutteti di mele, i pomm. Nel Cinquecento la famiglia Marino - De Leyva (che costruì Palazzo Marino di Milano), ampliò il plesso per costruire una villa padronale. Nel XVIII sec. la struttura fu trasformata in albergo-stazione di cambio per barche e cavalli. La Cassina de’ Pomm ospitò personalità illustri in visita a Milano tra cui Garibaldi e Napoleone. Anche Stendhal, Giacomo Casanova e Carlo Porta la citarono in alcune delle loro opere. Nella prima metà del XX sono legate alla Cascina memorie e curiosità del territorio. 

NUOVA VITA PER LE CASCINE LOMBARDE.

La Regione Lombardia con la legge n. 18 del novembre 2019 finalmente dopo il lavoro continuo dell'associazione 100 cascine, ha consentito il recupero delle strutture rurali dismesse o abbandonate. In sintesi la nuova norma permette il recupero degli edifici rurali dismessi o abbandonati, individuati dal PGT o con perizia che asseveri lo stato di abbandono di almeno 3 anni. I complessi rurali, centri di organizzazione della vita agricola, rappresentano i nodi principali del paesaggio agrario e costituiscono  gli elementi fondamentali di riconoscibilità del territorio. L'associazione 100 Cascine ha l'obiettivo di individuare e promuovere in collaborazione con i centri di ricerca e le istituzioni del territorio politiche e normative per insediare nuove funzioni all'interno delle cascine. Ad esempio centri di ricerca ed ospitalità, di formazione e di lavoro che possano rappresentare, in una logica multifunzionale, una fonte di reddito alternativo per la conservazione dei fabbricati storici e per la tutela del territorio dal consumo del suolo. 

                       La cascina del Guado

               


L'analisi della situazione attuale delle cascine lombarde ben descritta anche nel video presentato sopra, ci porta a considerare che queste strutture, che erano legate ad una economia essenzialmente agricola, dopo la rivoluzione industriale e terziaria spesso sono state lasciate nel degrado, ma a partire dagli anni 60, 70 e 80 del secolo scorso si andò sviluppando una cultura alternativa, ecologica e di protesta, soprattutto da parte di intellettuali e artisti, che contrapponendosi ad un urbanesimo consumistico generato da un capitalismo senza etica, si andò ad insediare in alcune cascine abbandonate dando il via ad un utilizzo alternativo delle vecchie strutture e creando importanti luoghi di produzione culturale anzichè agricola. Un esempio per tutte è la cascina del Guado a Robecchetto con Induno sul Naviglio Grande. 

La Cascina è sita nella depressione morenica della valle del Ticino, in comune di Robecchetto con Induno frazione Malvaglio nei pressi del luogo dove sorgeva il Molino del Guado, risalente ai mulini del Naviglio poi gestiti dall’Ordine degli Umiliati. Fino agli anni ‘50 vi era Osteria con alloggio. Sia il Molino che l’Osteria finirono demoliti entro quel periodo. Del Molino restano le grandi pietre in granito per l’appoggio delle “ruote”. La strada (breccia) che congiunge in 840 metri la provinciale con la località della Cascina del Guado è comunale, e portava fino al 1602 al ponte in legno che traversava il Naviglio. I Bossi che infeudavano Induno con Guado, non accettarono il ponte in pietra proposto dallo Stato di Milano e demolirono il ponte in legno. Successivamente si insediò un traghetto a fiume.

La Cascina, per alcune costituzioni di materiali impiegati, rivela l’antico insediamento del XVI secolo per una parte, mentre l’attuale assetto di pianta risale, presumibilmente alla fine del XVII secolo. La costruzione contadina, con la muratura ancora parzialmente in sassi del Ticino, ospitava da tre a sei fuochi (navirolli, campari e molinari) fino al più recente secolo XIX, in cui fu adibita a dimora di “Bergamini” in transumanza con i bovini a svernare.

 La Cascina è stata rilevata nell’anno 1969 dal pittore Daniele Oppi al rientro da New York. Sbrecciata al tetto in più punti, con finestre murate o devastate, appariva un rudere senza i serramenti o altre finiture. Il nuovo proprietario assecondava scrupolosamente l’impianto allo status quo (ancora oggi evidente) intervenendo con infissi e con la necessaria impiantistica, prendendo domicilio fisso in cascina e residenza nel comune di Robecchetto con Induno.

Nel 1971 una concessione edilizia consentiva l’occupazione dell’area di una rudimentale tettoia per costruire una loggia a colonne seicentesche in serizzo battuto a mano, provenienti da un cantiere di via Santa Sofia di Milano, sul fronte del Naviglio. Venivano mantenuti i piccoli capanni “rurali”.

L’atelier di Oppi diventa allora punto di ritrovo e libero riferimento per artisti, critici e operatori culturali, come Erik Gustafsson, Hector Roberto Carrasco (Mono), De Lima Medeiros, Augustin Espanol Viñas, Franca Lally, Max Capa, Franco Russo, Renzo Sommaruga, Giancarlo Gragnani, Henry Baviera, Oreste Amato, Dino Baranzelli, Piero Fabbri, Pino Colla, Cesare De Ferrari, Lacquaniti, Mario De Micheli, Mike Megale, Mike Selig, Bill Firschein, Luciano Capitini, Ernesto Tavernari, Adelina Aletti, Stefano Pizzi, Paolo Baratella, Leonardo Capano, Emilio Tadini, Mario Spinella, ecc. (anni 1969-1976). In quegli stessi anni veniva formandosi una biblioteca ed una emeroteca sempre più rilevante, fino agli attuali 14.000 pezzi circa. Contemporaneamente, con il contributo di molti giovani del territorio limitrofo, partiva l’attività “SPAZIO-PROVA per vivere, Arte fuori Arte, Lavoro fuori Lavoro”, un cantiere propositivo che creava opere in serigrafia manuale, l’edizione de “Il Guadolibro” (una raccolta testimoniale documentaria e artistica) e una collana di volumetti di riflessioni etico-sociali. Da un gruppo di questi stessi giovani nasceva la Cooperativa culturale Il Guado, 1973, poi trasformata in una Coop di lavoro, e una piccola Cooperativa Malvaglio “Bar Italia”, che aveva rilevato la licenza da un vecchio omonimo bar in frazione Malvaglio, dove si formò “La Bottega del Libro” e la LAL (Libera Associazione del Libro).

 Prendeva forma sulla base di una idea e un progetto strutturato da D. Oppi con i giovani locali e non  la funzione principale della Cooperativa il Guado, e cioè assistere, formare, predisporre, ed eseguire la comunicazione dell’Ente Locale per mezzo della stampa periodica.

Un progetto oramai oggi fortemente (e stabilmente) operativo.

Interessanti sono quegli aspetti di formazione e acculturazione che in forma spontanea e naturale hanno come matrice endogena la Cascina del Guado e la sua attività legata alla comunicazione, che negli anni successivi (dal 1978 al 1988) riprende i temi cari alla ricerca del design, della grafica, del marketing e della pubblicità innovativa a sedimento-base culturale. Una folta schiera di giovani cresce in questa sorta di terreno di coltura, avanzando in professionalità ed esperienza su due direttrici (o filoni) di intervento .

La vocazione editoriale ha sempre caratterizzato ogni iniziativa, mentre gli aspetti documentali hanno fatto sì che si accumulasse un interessante quanto fitto archivio dei materiali prodotti, consistenti in fotografie, filmati, ampia produzione di ciclostilati, opere grafiche in serigrafia e xilografia, opuscoli tipografici con composizione a mano, raccolte di disegni, ecc.. In varie occasioni questi materiali sono stati esposti in bacheche presso la sede della Cascina del Guado con visite periodiche organizzate dai distretti scolastici, per classi della scuola dell’obbligo dalle elementari alle medie. In altri casi le mostre sono state allestite presso le scuole o in sedi istituzionali.

 Al Guado si possono individuare cinque periodi principali:

 Primo periodo: Cantiere laboratorio con intensa attività insieme ad artisti delle varie discipline, ma soprattutto con i giovani del territorio alla ricerca di risposte alle loro pressanti domande epocali. Il gruppo di vita e lavoro formatosi per spontanea aggregazione è ampiamente documentato nei materiali d’archivio, tra cui molte pubblicazioni originali poi adottate dalla Lega per le Autonomie e Poteri Locali e le proposte per i circoli Arci e i circoli Legacoop. Il periodo è caratterizzato dal contatto il più possibile decentrato con le popolazioni del territorio limitrofo, praticamente dall’abbiatense, al magentino, fino al castanese.

 Secondo periodo: si tratta della continuazione pratica e applicativa dei principi del primo periodo. Si può parlare di trasformazione nel senso della razionalizzazione delle attività attraverso la fondazione della Cooperativa il Guado, avvenuta nell’aprile del 1973.

 Terzo periodo: la cascina del Guado vede svilupparsi la tendenza artistico-culturale, in parte riprendendo le motivazioni sia del primo che del secondo periodo, lavorando sulla preparazione di un’oggettistica di artigianato d’arte, sotto la denominazione di “Guado, Casa della Creatività”. Laboratorio di ceramica, torchio di incisione e basi serigrafiche, preparando oggetti originali, seriali, a piccola produzione firmata.

Nel 1991 il terzo periodo si arricchisce di nuovo impulso in direzione specificatamente artistico-culturale con la fondazione della Società Cooperativa Raccolto a.r.l. che ha sede presso la Cascina del Guado e che caratterizza tutte le iniziative degli ultimi anni.

In questa fase si incrementa ulteriormente il patrimonio documentale e librario e si intraprendono programmi di eventi e grandi eventi concentrati in collaborazione condiversi Enti Locali e Istituzioni o Fondazioni private di cui sono disponibili tutte le relative documentazioni.

Lo Statuto della Cooperativa prevede anche attività editoriali (RaccoltoEdizioni).

Nel 1995, al Guado, rinasce “il Foglio dell’Umanitaria” bollettino dello storico Ente fondato da P. Moisè Loria nel 1893 che ha come motto “aiutare i diseredati a risollevarsi da sé medesimi”. Daniele e Francesco Oppi, con gli artisti del Raccolto, saranno animatori di numerose iniziative culturali nei chiostri dell’Umanitaria fin dal 1994.

 Merita menzione il periodo 1998/2001 caratterizzato da alcune realizzazioni editoriali per il Politecnico di Milano, AA.VV. e materiali di comunicazione per la Valle Bormida, oltre alla cura editoriale del periodico della Fondazione Società Umanitaria.

 Quarto periodo: La nascita del Padiglione d’Arte Giovane di Inveruno caratterizza questa fase tuttora in evoluzione. Su impulso di Francesco Oppi, nel periodo 2001-2004, si potenziano le attività editoriali (Raccolto Edizioni) con il volume “Il Modello Umanitaria” (110° anniversario della Società umanitaria) e “La città ideale” (125° anniversario della SEAO) e poi altre rilevanti pubblicazioni storico documentarie.

 Gli anni 2002-2004 vedono lo sviluppo della incisività della cooperativa RACCOLTO dovuto principalmente a Francesco Oppi.

I giovani cominciano a ritornare protagonisti (come negli anni ‘70) alla Cascina del Guado.

Intanto, nel 2002, il Comune di Milano conferisce la Medaglia d’Oro di benemerenza, Ambrogino d’oro, a Daniele Oppi (Presidente della Cooperativa Raccolto).

Il 2006 è segnato dalla scomparsa di Daniele Oppi. L’eredità di intenti e di impegni portati a buon fine è enorme. La Cooperativa Raccolto elegge Francesco Oppi alla presidenza.

 Quinto periodo:

Si sviluppa e consolida il settore editoriale (tra il 2006 e il 2012 vengono curate e/o coordinate oltre 90 edizioni per privati ed Enti) e si rafforza l’impegno delle nuove generazioni di “guadisti”.

Il Guado è anche catalogato ufficialmente come struttura architettonica storica del territorio Lombardo, facente parte del patrimonio culturale e paesaggistico rappresentato dai nuclei rurali e dal sistema delle cascine presenti sul territorio della valle del Ticino. Esso è, difatti, indicato tra i beni di rilevanza culturale della Regione Lombardia.

                                    La cascina Castello



La cascina Castello a Spessa in provincia di Pavia, sulla sponda sinistra del Po, è un altro esempio  del riutilizzo delle cascine lombarde come centri della nuova attività culturale. E' un ampio edificio agricolo edificato nel XV secolo e ristrutturato secondo criteri di alta efficienza energetica, utilizzo di energie rinnovabili, con una particolare attenzione alla sua natura architettonico-storica e soluzioni che connotano questo progetto come modello di turismo sostenibile e accessibile a tutti grazie a un ostello che fa parte del centro culturale Artemista. Questa associazione porta avanti un progetto ambizioso rivolto al teatro e alla musica oltre a progetti sociali e di educazione ambientale. Artemista ha fatto rivivere la cascina con sale prove per danza, teatro, uno studio di registrazione e diverse sale di ripresa anche per grandi ensemble.

Il centro culturale Artemista nasce dall’esperienza e dalle progettualità che l’associazione ha condotto sul territorio e si configura come base per altre realtà artistiche e culturali.
L’associazione Artemista nasce nel 2004 dall’incontro di artisti di varie discipline attivi dai primi anni '90 con l’obiettivo di sviluppare progetti di produzione e formazione unendo linguaggi diversi: teatro, musica e arti visive.
Il centro culturale si è sviluppato dal 2009.
L'associazione ha creato il centro ridando vita alla Cascina Castello, edificio in parte del 1400 e in parte precedente all’anno 1000 nel comune di Spessa, paese di 606 abitanti nella campagna pavese sul fiume Po. Nella ristrutturazione sono state utilizzate tecniche di bioedilizia e si è puntato all’alta efficienza energetica che usa fonti rinnovabili. Hanno preso parte ai lavori maestranze, ma anche soci e volontari da tutto il mondo.
Artemista gestisce le attività del centro culturale (sale polifunzionali, studio di registrazione e ostello) e ha sviluppato negli anni la vocazione di residenza artistica multidisciplinare internazionale, organizza rassegne nel centro e nel territorio, realizza progetti culturali interdisciplinari sperimentando anche l'applicazione delle nuove tecnologie digitali sia nell'ambito della produzione che in quello della formazione rivolgendosi in particolare a giovani .


                                    La cascina Cuccagna



“Altro” ma ugualmente simbolo di un cambiamento e di un pensiero olistico volto al futuro è la settecentesca Cascina Cuccagna presente nella mappa del Catasto Teresiano del 1722 col nome di “Cassina Torchio”, un microcosmo agricolo e polifunzionale celato tra i palazzi di Corso Lodi a Milano. Abbandonata per molti anni si è trasformata in un luogo d’incontri e aggregazione grazie all’iniziativa di una rete di cittadini e all’associazione Consorzio Cantiere Cuccagna. Molto suggestiva ancora oggi al suo interno vibra l’antico spirito del luogo in cui un tempo i Padri Fatebenefratelli curavano gli orti e coltivavano le erbe officinali per l’Ospedale Maggiore. Riaperta nel 2012, a seguito di un restauro conservativo, ha sviluppato nel tempo progetti e attività legati agli stili di vita sostenibile, all’alimentazione sana, all’agricoltura urbana, all’economia circolare, alla scoperta del saper fare e all’integrazione sociale e culturale. Ogni martedì dalle 15,30 alle 20,00 un mercato agricolo, con prodotti a chilometro zero, riaccende l’immagine di un angolo di campagna . Un’iniziativa che si inserisce nel contesto partecipativo di Cascina Cuccagna e che contribuisce a rendere questo posto un avamposto agricolo all’interno della città.  


 

  


 


 

 

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