venerdì 3 giugno 2022

La cultura della bellezza


"La politica dunque avrebbe come compito primario di ricondurre alla bellezza come rispetto per la vita, che naturalmente si traduce in rispetto per tutto ciò che vive, uomini e natura." Così Maurizio Spada ricolloca il concetto di bellezza, sottraendolo alla considerazione di accessorio di lusso, ancor più tale ora nella combinazione di emergenze climatiche, pandemiche e di guerra. Lo fa con 'La cultura della bellezza-Architettura, urbanistica, paesaggio: una riflessione ecologista', pubblicato da Albeggi Edizioni. Proprio di una riflessione ecologista si tratta: un approccio olistico e sistemico che, in modo molto scorrevole, consente al lettore di comprendere l'essenza concreta del nuovo mantra del 'cambio di paradigma'. Maurizio Spada fa questa operazione fuori da ogni ambiguità,  fuori da ogni luogo comune della simulazione del greenwashing, mettendo al centro dell'affresco che ci propone l'abitare, cioè il vivere consapevolmente la dimensione urbanizzata e la relazione con il territorio tutto. E' un richiamo all'etica della responsabilità, certamente, insieme all'esercizio di una azione dell'attività umana all'insegna della qualità e dell'armonia, questo è il paesaggio agroecologico e di un urbanesimo capaci di abilitare un ben essere nella nostra relazione con il vivente e con una comunità sociale capace di consapevolezza e di abilitazione della cittadinanza attiva. Ecco quindi l'arte ed i suoi linguaggi espressivi ricondotti alla loro funzione generativa che concorre alla capacità di visione per una politica del possibile, anche di fronte all'inaspettato, e non con mero riferimento all'esistente. La riflessione che delinea Maurizio Spada può apparire estranea al nuovo contesto del processo cognitivo, un contesto dallo spettro predefinito digitale, dentro la riproposizione, nel nome delle emergenze combinate, dei modelli più dissipativi di risorse, di cibo, di ambiente e di salute: dal carbone ai pesticidi, dalla fissione nucleare all'agricoltura intensiva. Mi auguro che il libro venga letto dagli insofferenti, prodotti dell'omologazione atomizzata dell'individualismo sovranista e stupori inediti. Mi auguro che questa lettura coltivi in loro una funzione inquieta, capace di porsi domande, di generare nuovi sguardi e la necessità di una ricomposizione della sfera antropologica del vivente con la sfera biologica. Come ben evidenzia Spada, la bellezza ha immediatamente e positivamente a che fare con l'economia. Infatti è chiaro a tutti che un sistema territoriale qualitativo: qualità ambientale, qualità dei servizi e infrastrutture, qualità sociale, qualità dell'offerta culturale, è un sistema abilitante per la produzione di valore nell'economia della conoscenza. Sia chiaro nell'economia non nella deriva finanziaria del valore nominale che l'ha sostituita. In questo senso è felice la chiosa di Ilaria Borletti Buitoni che, nella prefazione, chiede "Esiste un diritto alla bellezza? Sì, esiste come dovrebbe esistere una gestione del contesto che tanto incide sulla vita che tenda al bello perché ad esso si accompagna necessariamente quell'armonia tra Uomo e Natura che tutela l'ambiente e la salute di chi vi abita.".

Fiorello Cortiana



 

lunedì 9 maggio 2022

La sacralità dell'acqua



                        
                           

          

LA SACRALITA' DELL'ACQUA 
Il luogo e la cura nell'estetica e nella storia delle terme di                                          Lombardia.


                                                  

                                                         







 Il 22 marzo ogni anno si celebra la Giornata Mondiale dell’Acqua, ricorrenza lanciata dalle Nazioni Unite nel 1992, all’interno delle direttive dell’agenda 21, risultato della conferenza di Rio.

La Giornata Mondiale dell’Acqua nel 2022 vede tra i suoi focus le acque sotterranee che, invisibili all’occhio, rappresentano un tesoro nascosto che arricchisce le nostre vite. Quasi tutta l’acqua dolce infatti scorre sottoterra e con il peggioramento del cambiamento climatico, le acque sotterranee diventeranno sempre più importanti e saranno un elemento critico, da gestire in modo sostenibile.

A livello globale ci sono 3,2 miliardi di persone colpite dalla scarsità d’acqua, 1,2 miliardi in maniera estrema. E’ una risorsa sempre più scarsa e preziosa, basti pensare che il 97,5% dell’acqua del nostro pianeta è salata e della parte rimanente i 2/3 sono ghiaccio. Ne rimane una percentuale molto bassa nei fiumi, nei laghi, nelle falde acquifere e nell’atmosfera a nostra disposizione, mentre il suo consumo continua ad aumentare, di pari passo con la crescita della popolazione mondiale. Nonostante l’Obiettivo 6 dell’Agenda chieda di “assicurare l’accesso universale all’acqua da bere e ai servizi igienici attraverso un prezzo accessibile e una gestione efficiente e sostenibile”, le Nazioni Unite stimano che nel 2030 saranno oltre 20 milioni i cittadini che non avranno ancora accesso all’acqua potabile.

Le acque simbolizzano la somma universale delle virtualità, sono fons e origo, serbatoio di tutte le possibilità esistenziali e nel simbolismo religioso, come riporta anche Gaston Bachelard, hanno avuto un’importanza fondamentale di purificazione, seconda nascita, per quanto riguarda il fiume, anche nella mentalità più positivista, è inevitabile il riferimento, almeno a livello sentimentale, al suo  modello interiore che simbolicamente allude alla vita che scorre. Ogni religione infatti ha nel fiume il simbolo sacro della vita per arrivare alla sacralità delle acque in generale nelle culture arcaiche, fenomeno riscontrato anche fino al nostro Medioevo e nelle culture popolari. Emblematici del resto sono la sacralità del fiume Gange per l’Induismo e lo stesso rito del battesimo per il Cristianesimo.

Il degrado biologico delle acque di un fiume inquinato danneggia anche l’immagine interiore del simbolo della vita creando una non corrispondenza tra interno ed esterno.  

L’acqua rappresenta il rimedio naturale per eccellenza. Fonte di benessere, è grazie all’acqua che siamo vivi. Prima ancora di alimentarci abbiamo bisogno di bere acqua. L’acqua ci tiene in vita tramite l’idratazione, inoltre ci depura, ci mantiene in salute e sempre grazie all’acqua è possibile curare semplici disturbi; non solo, ci aiuta a prevenire alcune malattie.

 

LE TERME

Il termine “terme” deriva dal latino thermae e dal greco ϑερμαί (πηγαί) (sorgenti calde).  Nell’antica Roma, questo termine indicava l’insieme degli edifici destinati ai bagni pubblici, ispirati ai ginnasi greci, luoghi di ritrovo e educazione. La tradizione delle terme e delle abluzioni dopo gli esercizi fisici, infatti, era già radicata fin dall’età ellenistica. Del resto, anche tra gli antichi egizi vigeva l’usanza dei bagni a vapore, per purificare il corpo e rinvigorirlo.

Le terme dell’antica Roma fusero queste due tradizioni: erano sia stabilimenti destinati all’igiene del corpo (spesso anche gratuiti, e quindi aperti alle fasce più basse della popolazione) che luoghi dedicati al ristoro della mente. Non più solo semplici bagni pubblici, quindi, ma anche luoghi di cultura e di aggregazione, in cui discutere, scambiare opinioni, ascoltare musica e conferenze. Insomma, veri e propri spazi deputati alla convivialità. Per questo motivo, quindi, le terme romane vennero arricchite di bellezza, con mosaici in bianco e nero (prevalentemente sulle pavimentazioni) e decorazioni; ma non solo. Furono completate anche con palestre, biblioteche, sale, porticati, fontane, terreni per il gioco con la palla, giardini ombrosi e viali in cui passeggiare: tutto ciò, insomma, che poteva dare gioia alla vita. Le terme dei romani erano per gli imperatori un’occasione per competere fra loro, costruendo edifici sempre più sfarzosi. All’epoca spiccavano quelle di Agrippa, Nerone e Tito; ma in seguito anche quelle di Caracalla e Diocleziano. Tutti luoghi deputati alla convivialità, edificati con straordinaria magnificenza e sontuosità. I più importanti, come appunto le Terme di Stigliano, potevano contenere fino a seimila persone.


Dalle sale per le esposizioni a quelle per i dibattiti, dagli spazi per gli spettacoli alle sale dedicate al riposo: le terme dei romani non erano più solo bagni pubblici, ma un luogo di incontro in cui dedicarsi, oltre alla rigenerazione del corpo, anche ad attività sociali, a coltivare amicizie e a trovare appoggi e influenze politiche. Andare alle terme, nell’antica Roma, diventa quindi un’importante attività quotidiana per tutti, dai patrizi ai meno abbienti.

La storia delle terme naturalmente non si esaurisce con la caduta della civiltà romana: dopo una comprensibile decadenza nel Medioevo riprendono importanza a partire dal Rinascimento quando la cultura dell'epoca riconosce valore alla cura del corpo. Ma è soprattutto nell'ottocento che la medicina ufficiale consiglia di curarsi con le acque di varie fonti benefiche per la composizione chimica. La cultura ottocentesca però affrontava il problema in un modo esclusivamente positivista e scientista, mentre un pensiero ecologico oggi lo vede con uno sguardo olistico dove viene recuperata anche la dimensione spirituale e mentale conducendo a vedere le terme come luoghi per il riequilibrio di corpo, mente e spirito.

Esistono numerose e ottime guide alle terme di Lombardia. Il nostro paese, l'Italia, tra i più ricchi di fonti d'acqua curativa, non ha certo bisogno di pubblicizzare ulteriormente i suoi gloriosissimi stabilimenti termali. Piuttosto, ciò che manca è una cultura dell'acqua. I vademecum e i libri a sede che affollano gli scaffali delle librerie dicono tutto sulle località, le cure mediche, le attrezzature alberghiere e il tempo libero. Nessuno, però, ci spiega che cosa l'acqua sia, perchè l'uomo di tutte le ere e di tutte le latitudini abbia affidato a essa, in apparenza così semplice, così banale, il benessere del proprio corpo. Il solo discorso scientifico non basta perchè la fortuna dell'acqua è soprattutto legata alla sua valenza simbolica, ai suoi significati mitici, religiosi, filosofici. Non si tratta, quindi, soltanto della guarigione del corpo, ma anche di quella dello spirito cui l'acqua è legata indissolubilmente dalle valenze catartiche della reintegrazione e della purificazione. L'acqua sacrale che un tempo agiva sull'animo umano è divenuta oggi l' "acqua curativa" che esercita un'azione benefica sul corpo. 


TERME DI SANPELLGRINO

                                          


Almeno inizialmente le Terme, con le loro acque dai molteplici effetti benefici, costituiscono il leitmotiv attorno al quale si materializza la crescita e la frequentazione del paese .
Già note fin dall’Alto Medioevo, menzionate anche da Leonardo da Vinci nella mappa tracciata tra il 1482 e il 1512 durante il suo viaggio in Valle Brembana, le Fonti sono oggetto di ponderate indicazioni terapeutiche già nel 1799, ma, ancora agli inizi dell’800 risultano sconosciute, mentre il borgo brembano viene considerato un villaggio di scarso rilievo. Solo nel 1848 i Palazzolo, allora proprietari della sorgente più importante, edificano il primo stabilimento termale, seguiti dai Salaroli che ne aprono un secondo praticamente contiguo al precedente. Nel 1901 si assiste all’inaugurazione dello Stabilimento dei Bagni e della Sala Bibite.Il vasto ed accogliente ambiente, dotato di numerosi punti per il prelievo dell’acqua, viene decorato sul soffitto e sulle ampie pareti con affreschi in stile pompeiano, riproducenti figure mitologiche, motivi allegorici ed elementi floreali vari. Accanto alla Sala Bibite sorge l’elegante porticato, impostato su venti ampie arcate, rette da massicce colonne in granito, che mette in comunicazione la stazione termale con il Casinò. Nel corso degli anni la stazione termale è stata rinnovata nei servizi e modernizzata nelle attrezzature nell’intento di adattarsi alle esigenze sempre più specialistiche della medicina termale…

L’acqua minerale naturale di San Pellegrino Terme sgorga da tre sorgenti di identica composizione, situate l’una in prossimità dell’altra, alla base della falda meridionale di una rupe di natura dolomitica, costituita essenzialmente da carbonato di calcio e di magnesio, che s’innalza per circa 600 metri sino al poggio Belvedere. La sorgente più elevata e più abbondante è la “Palazzolo”; le altre due sono denominate “Salaroli” e “Fonte Vecchia”.

L’acqua scaturisce da strati profondi della crosta terrestre, al riparo da infiltrazione di acque superficiali come dimostra la costanza della temperatura (26° sia d’estate che d’inverno) e della composizione chimica, tanto nei periodi di piogge prolungate quanto nei periodi di siccità. L’ampia zona di protezione sanitaria intorno alle rocce da cui sgorgano le sorgenti garantisce l’assoluta purezza batteriologica dell’acqua.


TERME DI BOARIO

                            

          


   

Le Terme di Boario si presentano oggi come un nuovo modello di benessere termale, orientato alla costruzione di un turismo attento alla salute e all’ambiente. Nel 2008 la struttura è stata completamente restaurata, la Cupola Liberty, il Parco, e ilcentro cure sono solo alcuni degli edifici interessati dai lavori. Il percorso SPA propone un nuovo modo di vivere le terme, basato sulla tradizione centenaria, ma rivisitato in chiave moderna e contemporanea.

L’eccellenza delle nuove Terme è confermata nel 2010, quando il CERAM (Centro Europeo di Ricerca Acque Minerali) riconosce alle quattro acque delle Terme di Boario il Premio Europeo Qualità Acque Minerali.

La storia di Boario Terme come eccellente centro di cura nasce alla fine del Settecento con la costruzione del Casinò Boario, luogo in cui si somministravano "acque salutari magnesiache e vitrinolate di ferro", come scriveva Antonio Bazzini su “Cronaca di Lovere”.

La prima menzione di "polle medicinali" è da attribuire a Padre Gregorio Brunelli (Valle Camonica - 1698), ma le proprietà terapeutiche delle fonti termali sono note sin dal XV secolo e segnalate da medici illustri.

Con il trionfo della moda di "passare le acque", nella seconda metà dell'Ottocento Boario Terme divenne un "salotto all'aperto", luogo di cura e ritrovo mondano per la ricca borghesia cittadina: proprio in questo scorcio di secolo, l'acqua Antica Fonte compare nei negozi degli speziali milanesi, accolta come un vero e proprio toccasana.
Uno dei suoi più noti estimatori fu Alessandro Manzoni, che ne ordinò - tramite una lettera oggi conservata negli archivi delle Terme - più di cento bottiglie, per trattare un'affezione epatica. Anche la sua seconda moglie, Teresa Stampa, ebbe modo di apprezzare personalmente la straordinaria efficacia di queste acque termali, come testimonia una sua lettera datata 16 dicembre 1845: "...avevo poi anche desiderato e stabilito tante volte di volerle dir io, di mia mano, che la mia totale guarigione l'ho dovuta alle acque di Boario".

Risale invece al 1913 la costruzione della cupola Liberty di marmo bianco, con balconata sostenuta da colonne a capitelli ionici: un tempo sede di orchestre, oggi emblema e simbolo delle nuove Terme di Boario.
La storia delle Terme di Boario e le sue tradizioni attraversano tre secoli, dopotutto “Acqua Boario, Fegato centenario.


TERME DI SIRMIONE

                                       


Le attrattive naturalistiche e storico-archeologiche non sono tuttavia le sole a caratterizzare Sirmione: sin dal Rinascimento era nota la presenza di una fonte termale calda e solfurosa, la Bojola, che zampilla dal fondale a 250 metri dalla riva orientale.
Il tentativo di canalizzare e sfruttare l’acqua, conservandone la temperatura originaria, ebbe però buon esito solo nel 
1896. A partire da questa data, l’attività termale di Sirmione si ampliò successivamente e divenne nota in tutta Europa. Dopo la battuta d’arresto subita dall’economia a causa della Grande Guerra, la proprietà e la concessione passarono alla Società Terme e Grandi Alberghi Sirmione, nata nel 1921, che ancora le detiene. L’attività subì un’altra interruzione a causa della seconda guerra mondiale, nel corso della quale le truppe di occupazione danneggiarono sia le strutture alberghiere che le attrezzature termali. A partire dalla fine della guerra, tuttavia, le Terme conobbero un grande impulso, decisivo per l’occupazione e l’economia di Sirmione. La ripresa ebbe una tappa importante già nel 1948 con la costruzione del nuovo Stabilimento Termale e con la creazione di un Centro Cura della Sordità Rinogena. Attualmente gli stabilimenti sono due: il Catullo, nel centro storico, e, dal 1987, il Virgilio, a Colombare.

L’acqua termale trova applicazione nella cura e prevenzione di disturbi, otorinolaringoiatrici, broncopneumologici, reumatologici, ortopedici, dermatologici e ginecologici. Nel 2003 è stato inaugurato al Catullo il centro Aquaria che, riprendendo le antiche tradizioni romane, propone la piscina termale come fonte di benessere.

Si può dire dunque che Sirmione ha ripreso e ampliato nel ventesimo secolo quella vocazione turistica presente già nel I secolo a. C. : è stato ricordato come gli edifici romani di cui si sono rinvenuti i resti fossero “seconde case” di ricche famiglie della zona. Per secoli Sirmione fu visitata da turisti attratti dalla sua bellezza naturale e dalle sue memorie storiche, ma gli alberghi, le ville, le seconde case, le strutture turistiche nacquero solo dal secondo dopoguerra.
Attualmente la sfida che gli amministratori e gli operatori turistici devono affrontare è molto diversa da quella di cinquant’anni fa: allora si trattava di incrementare il turismo, ora bisogna cercare un equilibrio tra la necessità di salvaguardare la fisionomia del luogo e le forti sollecitazioni derivanti dall’afflusso continuo di visitatori cui si somma l’incremento di popolazione residente che sta interessando tutto il basso Garda.


TERME DI SANT'OMOBONO





 

In una splendida posizione nella valle Imagna, Sant’Omobono Terme gode di un clima dolce che lo rende meta ideale per un soggiorno estivo. Il centro comprende diverse frazioni – Selino Basso (427 m) è sede comunale – disseminate in un paesaggio agricolo caratterizzato dai “ronchi”, tipici terrazzi sostenuti da muriccioli. A Sant’Omobono Terme si trova il sito più caro ai fedeli valligiani e conosciuto non solo nella Bergamasca: è il santuario della Cornabusa, ricavato in una grotta e contenente una statua della Madonna che sostiene il corpo di Cristo.
Le terme.
Nel cuore verde della valle Imagna, a 500 metri di altitudine, sorge villa delle Ortensie, residenza gentilizia di fine Ottocento. Insieme al più moderno edificio delle cure idropiniche, inalatorie, fango e balneoterapiche situato dirimpetto, essa costituisce l’attuale complesso termale. Gli effetti terapeutici della sorgente solfurea che sgorga da una roccia di calcare bituminifero erano conosciuti sin dal Settecento e verso la metà del XIX secolo tali acque venivano chiamate “della rogna”, per via dei benefici effetti che avevano sulle malattie cutanee. Oltre che per tali patologie, oggi sono utilizzate per affezioni delle vie respiratorie, dell’apparato otorinolaringoiatrico, di quello digerente e intestinale. Villa Ortensie, nella cornice lussureggiante di un parco di oltre 130 000 mq, è una struttura alberghiera di ottimo livello: dispone di un centro benessere con impiego di metodo-logie naturali, attrezzature termali, piscina coperta con idropercorso vascolare, palestra, sauna, idromassaggi, inalazioni, shiatsu e massoterapia. Non mancano i trattamenti estetici e programmi specifici (2-7 giorni) per il recupero della forma fisica.

L’acqua.
Fonte della Salute. 13 °C solfurea.
Le indicazioni terapeutiche.
Patologie del fegato e delle vie biliari, della pelle, dell’apparato circolatorio, dell’apparato digerente, dell’apparato respiratorio, dell’apparato urinario e del ricambio, ginecologiche.
Le cure termali.
Humage, inalazioni, insufflazioni, irrigazioni nasali, politzer crenoterapia, ventilazioni polmonari, bagni e docce terapeutici, idromassaggi, idropercorso, fanghi, irrigazioni gengivali, cure idropiniche, irrigazioni intestinali, vaginali.
Altri trattamenti.
Acquaticità, cosmesi, educazione alla salute, fitness, ginnastica respiratoria, massaggi, medicina estetica, programmi antistress, riabilitazione, terapie fisiche.

IL TEMPO LIBERO
Grotte e fenomeni carsici. L’intera valle Imagna offre molteplici occasioni di piacevoli escursioni. Oltre al Resegone, meta alpinistica di tutto rispetto, suggestivo è l’itinerario speleologico. Il territorio è infatti ricchissimo di fenomeni carsici con circa 250 grotte e numerose doline che, sia che si aprano nelle fratture della dolomia, sia che facciano capolino tra gli strati neri del calcare, presentano molti spunti di interesse: alla bellezza delle concrezioni si affiancano ritrovamenti archeologici e paleontologici con presenza di rare specie di fauna cavernicola. Nel comune di Costa Valle Imagna, nelle località Ca’ Todesk, Ca’ Gazzoli, Ca’ Bagazzino e val de la Catoi, tra fitti boschi di latifoglie affiorano numerosi monoliti carsici.
Luoghi papali. Partendo da Sant’Omobono e dirigendosi verso Cepino, a metà montagna – da risalire a piedi o in auto – si incontra il santuario della Cornabusa. Questa basilica naturale, ricavata nella roccia e immersa nel bosco, è dedicata alla Madonna Addolorata. All’interno, fa mostra di sé la statuetta di legno della Vergine col Cristo morto, risalente al 1500. Luogo di preghiera, meditazione e raccogli-mento tuttora molto frequentato dai fedeli lombardi, venne scelto da Angelo Roncalli come luogo in cui celebrare il cinquantesimo anno di ordinazione sacerdotale. Poco tempo dopo la ricorrenza, quel sacerdote, che aveva iniziato a frequentare il santuario della Cornabusa, venne eletto papa, assumendo il nome di Giovanni XXIII. Il pontefice, nato a Sotto il Monte, paese distante una trentina di chilometri, rimase sempre molto legato alle proprie origini e a questi luoghi. Non sono pochi, oggi, i pellegrini che si recano nel paese natale di papa Roncalli per visitare la casa in cui nacque e altri luoghi a lui legati.
La rotonda di S. Tomè. Prossima ad Almenno San Bartolomeo si trova la bellissima chiesetta di S. Tomè, una delle più note costruzioni romaniche a pianta circolare della Lombardia. Venne eretta probabilmente tra l’XI e il XII secolo sulle fondamenta di un edificio preesistente di epoca franca, del quale furono recuperati le colonne e altri materiali di costruzione. È costituita da tre volumi cilindrici sovrapposti: il corpo principale – con il presbiterio e l’abside – la cupola e la lanterna. L’esterno è decorato da semicolonne, lesene e bifore; molto raffinati sono gli archetti intrecciati delle parti posteriori. L’interno è diviso in due livelli: uno inferiore disegnato da otto colonne e uno superiore, il matroneo, anch’esso con otto colonne, poste in corrispondenza di quelle inferiori. Le nicchie del perimetro, l’abside, i colonnati, nonché la cupola a volta anulare formano un insieme di grande eleganza e suggestione, enfatizzata anche dai raggi di luce che penetrano dalle piccole finestre dell’edificio.




A Milano sorgerà il complesso termale cittadino più grande d’Italia

Con le terme San Siro si riapre un antico orizzonte per l'acqua divenendo cura del corpo e della mente. Una nuova eccellenza per una città come Milano, sempre pronta a guardare avanti, ma anche indietro posando lo sguardo sui primi esempi di termalistica romana che fecero delle terme veri e propri ritrovi dove trascorrere una parte della giornata. Con questo grande complesso oggi, come ieri, le terme tornano ad essere il luogo dove ritrovare la salute del corpo e dell'anima, nulla di diverso dalle terme stabiane e dalle terme del foro di Pompei, primi esempi completi di termalistica romana tutti databili dal    primo al secondo secolo.
Milano avrà le sue nuove terme nelle storiche scuderie de Montel di San Siro. Il progetto sfrutterà le sorgenti di acqua termale presenti nel sottosuolo e sarà pronto entro il 2023.





Il progetto delle Terme prevede la realizzazione del complesso termale cittadino più grande d'Italia con 800 metri quadrati di vasche, interne ed esterne, di acqua sulfurea che potranno ospitare fino a 600 persone contemporaneamente. Il nuovo parco urbano si svilupperà su una superficie di 8mila metri quadrati con saune, piscine, aree relax. 2.400 metri quadrati di cortili interni.

L' acqua insomma ci cura da migliaia di anni ma perché l'uomo possa godere appieno della sua azione salutare e benefica occorre allontanarsi dal concetto del "prendere una medicina". L'esperienza termale, soprattutto, necessita di una disposizione dell'animo, la stessa che dovettero avere gli antichi romani e che, ai giorni nostri è ancora possibile trovare ad esempio, in Turchia dove i bagni e le saune sono considerati momenti quasi magici e di estremo relax. In questo modo l'acqua non ci ridarà soltanto la salute del corpo, ma ci aiuterà anche a recuperare la serenità dello spirito.




    












                  





martedì 15 marzo 2022

La pace e la guerra in Ucraina



In questa guerra fra Russia e Ucraina, come in tutte le guerre, la complessità della vita si riduce al dualismo amici-nemici. Questo è il dramma della violenza, si arriva alla guerra quando la coscienza si restringe per focalizzarsi su un nemico da distruggere. E’ sempre stato così e già Eschilo affermava che in guerra la prima vittima è la verità: ciascuno si convince della propria ragione e la considera una verità assoluta per la quale è giusto sacrificare la propria vita e quella altrui. Passato il momento della follia riduttiva si torna alla comprensione ed alla complessità dei sentimenti e quello che prima era inaccettabile e per il quale era onorevole uccidere e morire diventa indifferente o addirittura attraente. In guerra perdono tutti vincitori e vinti perché la coscienza collettiva degli uni si riempie di sensi di colpa e quella degli altri di rancore e odio. Le morti degli uni e degli altri segnano la vita delle comunità che finiscono per esaltare le virtù belliche per dare un senso al morire della loro gioventù e inventano slogan famosi come: “chi per la patria muor vissuto è assai”. Si obietterà ma se mi aggrediscono o invadono il mio territorio è da vigliacchi non reagire né difendersi. Qui entriamo nei distinguo tra guerre giuste e ingiuste, abbiamo già detto che quando si usano le armi per uccidere è sempre ingiusto. Ho già citato in un altro punto il pensiero di Tolstoj, che tenne contatti anche con Gandhi, attraverso il suo personaggio Levin, un conto è la morale individuale che nel caso di un litigio fra due persone ti fa intervenire per difendere il più debole, anche arrivando ad uccidere, un conto è la morale degli Stati quando entrano in guerra che ti danno la licenza di uccidere chi non conosci perché porta un’altra divisa. Ogni società punisce l’assassinio in periodi di pace, quando scoppia una guerra allora non solo è permesso ma è anche encomiabile. Gandhi di fronte alla prepotenza delle forze occupanti, gli inglesi, aveva inventato un’azione non violenta, la satyagraha, cioè resistenza passiva. In che consiste? Di fronte ad un potere ingiusto e occupante ti rifiuti di collaborare, blocchi tutte le attività civili in modo che la vita diventi difficile se non impossibile per chi ha invaso. Questo è un modo non violento di reagire. Questo doveva essere praticato dagli ucraini verso una potenza schiacciante come quella dell’armata russa, del resto la storia insegna che eserciti potentissimi, come quello di Napoleone ad esempio, sono stati sconfitti, dopo aver invaso, dalla non collaborazione della popolazione e dall’astuzia dei generali che non hanno mai dato battaglia. Sarebbe stato un insegnamento al mondo e un messaggio di maggior levatura morale che avrebbe nuociuto a Putin più che una resistenza armata  comunque destinata a soccombere con migliaia di morti e il rischio di un allargamento del conflitto. Si sarebbero risparmiate molte vite umane ed il coinvolgimento dei civili.    


 

sabato 16 ottobre 2021

Master sulla bellezza


La bellezza è nella natura e noi impariamo ad apprezzarla fin dalla più tenera età. Il 900 ci ha alienati della sua presenza nelle cose e della nostra capacità di coglierla. E’ diventata un orpello e un lusso per pochi. Dobbiamo quindi riconquistare la nostra sensibilità sapendo che non ci è data gratuitamente ma è il frutto di un lavoro di approfondimento. Per quanto riguarda le opere dell’uomo la bellezza è il prodotto di un atteggiamento di cura, attenzione e amore per il proprio lavoro. Ecco perché l’Istituto Uomo e Ambiente, da sempre presente sui temi dell’ecologia e dell’estetica ha voluto organizzare questo corso on-line per chi vuole approfondire la tematica, soprattutto gli architetti che sono delegati a trasformare l’ambiente ma anche ogni persona intelligente.

Il corso è diviso in cinque giornate: la prima è dedicata alla filosofia perché è dalle opinioni generate da essa che provengono le scelte in campo estetico. La seconda è sulla natura con esperti che la studiano e la utilizzano con creatività. La terza verte sul paesaggio e sull’arte poiché anche quest’ultima nel secolo scorso ha deragliato dalla sua finalità naturale, cioè la bellezza.  La quarta è dedicata all’architettura ed infine l’ultima è sulla pratica e cioè come tradurre in azioni l’importante bisogno sociale di equilibrio, ordine, eleganza e coerenza che sono i principali attributi della bellezza.

 

sabato 4 settembre 2021


  

  

Transizione ecologica a Milano

Le prossime elezioni amministrative dove il sindaco uscente Beppe Sala si è iscritto ai Verdi e viene sostenuto dalla lista Europa Verde impone una riflessione sul significato di una politica ecologica. Oggi in piena pandemia va di moda essere ecologici ma cosa voglia dire questa affermazione riferendosi all’urbanistica di una città molti non sanno, immaginano abbia a che fare con più parchi, più alberi e l’aria meno inquinata. Questo si chiama riduzionismo ecologico o, usando un neologismo inglese, grenwashing o verde di facciata. Applicare il paradigma ecologico a una città non è cosa così semplice, non basta piantare alberi anche se questa è sicuramente cosa buona. Ricordo che il paradigma ecologico è la non separatezza dei fenomeni che si traduce in un pensiero sistemico. La città dunque viene vista come un organismo e non un meccanismo come nella recente tradizione modernista. In ogni organismo la parte è collegata al tutto e interagisce con le altre parti. La città dunque diventa il luogo fisico delle interrelazioni come in un ecosistema. Cosa vuol dire questo? Che se operiamo in un settore coinvolgiamo tutto il sistema,  il suo equilibrio, e se massimizziamo un aspetto gli altri perdono la loro ottimizzazione generando effetti  negativi che prima venivano compensati nell’equilibrio omeostatico generale. Questo vale anche per la città se la consideriamo da un punto di vista ecologico, dunque non si può agire per settori o per funzioni separate e soprattutto non si può operare con azioni che non prevedano retroazioni, cioè le conseguenze sul sistema.  Ora tornando a parlare di Milano con tutta la buona volontà non la si può considerare una città ecologica. Come si diceva tempo fa in uno dei nostri convegni,   qui operano due urbanistiche: una legata ai poteri finanziari che hanno costruito la città rendendola invivibile e tendono a realizzare i loro profitti a scapito del bene comune, sono il frutto di una politica neoliberista che esalta il mercato e vogliono disegnare un futuro appariscente aumentando ancor più i problemi di sostenibilità, l‘altra che vi si contrappone  vorrebbe disegnare una città più umana. Questa seconda è alternativa sia nelle idee sia nelle forze che la reggono. Le sue radici stanno nei comitati, nelle comunità, nelle cooperative, nei consorzi, nei sindacati e nelle associazioni democratiche della società civile che desiderano una migliore qualità della vita.  La prima segue il metodo tradizionale dello zoning e tende a separare inseguendo il dualismo classico centro periferia e pianifica per quartieri monofunzionali provocando emarginazione e conflitti. Fino ad ora, in particolar modo dall’amministrazione Albertini ma anche Moratti e finanche Pisapia, per non parlare dell’ultima giunta, i grandi gruppi finanziari hanno avuto mano libera e hanno dettato le regole del gioco incamerando i profitti e facendo pagare ai cittadini i disagi.  Una città ecologica inverte la tendenza, non si sottomette al capitale ma indirizza le scelte verso il benessere abitativo dei cittadini che non vengono più considerati consumatori passivi ma partecipanti attivi alle scelte urbanistiche. Ora la pandemia ha messo in luce alcune criticità, ha mostrato il grave problema degli emarginati e dei senza tetto ed è a questi che deve essere data risposta da parte dell’ente pubblico se si vuole rigenerare la città ricordando che non esiste benessere ambientale senza giustizia sociale e che le periferie degradate determinano uno squilibrio che arriva fino al centro enfatizzato. Ora Milano ha diverse opportunità per invertire la tendenza e contribuire alla costruzione della città ecologica che vuol diventare e le elenco qui di seguito. 

La riprogettazione delle aree dismesse e in particolare degli scali ferroviari con la finalità di un utilizzo rigenerante e integrato. L’incremento delle aree a verde rinunciando alla tentazione magniloquente  di un secondo stadio per il calcio con annesse speculazioni immobiliari. L’incentivazione dell’edilizia sociale. Il disincentivo dell’uso dell’auto privata a combustibile fossile. L’incentivo delle energie pulite e rinnovabili per i riscaldamenti domestici. La valorizzazione delle periferie. L’incentivazione della solidarietà e della partecipazione.

Questi sono i compiti per la nuova giunta se vuole realmente andare verso una transizione ecologica che non sia solo di facciata e fare di Milano una città bella che rispetta la vita vera.

 

mercoledì 12 maggio 2021

 


        UNA NUOVA ERA PER LE CASCINE LOMBARDE CENTRI DI CULTURA OLISTICA 
          ricerca effettuata con contributo di FC

                                  

                        
Perché l’Istituto Uomo e Ambiente vuole occuparsi della destinazione delle ultime cascine lombarde e in particolare di quelle intorno al capoluogo?

L’articolo 2 del nostro statuto recita

Art.2 (scopo e oggetto)

L’associazione non ha fini di lucro, essa ha lo scopo di formare una nuova cultura ambientale attraverso l’educazione e la ricerca ai fini di creare nuove identità  di operatori sensibili all’ecologia , all’architettura , al paesaggio e ai beni culturali attraverso un nuovo umanesimo  che travalichi il contrasto uomo-natura per ricreare una nuova  armonia e una nuova estetica. I principi che reggono l’attività dell’Istituto sono quelli della libertà di ricerca e di informazione e di un impegno democratico e pacifista nel tentativo di perseguire un ambiente più a misura della vita e dell’uomo partendo da una visione costruttiva ed umanitaria che mostri come alla base del benessere ci debba essere la finalità di non nuocere all’uomo e all’ambiente  come unità inscindibile. per ricreare una nuova  armonia e una nuova estetica

I principi che reggono l’attività dell’Istituto sono quelli della libertà di ricerca e di informazione e di un impegno democratico e pacifista nel tentativo di perseguire un ambiente più a misura della vita e dell’uomo partendo da una visione costruttiva ed umanitaria che mostri come alla base del benessere ci debba essere la finalità di non nuocere all’uomo e all’ambiente  come unità inscindibile.

L’IUA nasce da una esperienza di protesta alla cementificazione del territorio ed alla distruzione sistematica del paesaggio consolidato in Lombardia ed in particolare nell’alta Brianza. Infatti alcuni studiosi nei primi anni ottanta, si misero al servizio di un comitato di abitanti che protestava per la trascuratezza di alcune amministrazioni comunali a proteggere le ultime aree naturali della zona. Da lì nacque il Parco regionale della valle del Curone con le sue cascine antiche ed ormai disabitate, per la maggior parte di proprietà di enti benefici. La ricchezza del territorio dal punto di vista culturale e naturalistico fu evidenziata da uno studio interdisciplinare commissionato dalla Regione Lombardia e poi pubblicato con la casa editrice Electa dal titolo: “Montevecchia e il suo circondario”. In questa ricerca si potè notare come un territorio apparentemente insignificante, amorfo e residuale può contenere gioielli di storia, di archeologia, di fauna, di botanica e di agricoltura. In seguito alla costituzione del parco con sede a Montevecchia le cascine sono state ristrutturate e sono divenute centri di agriturismo, sedi di cultura e produzione biologica. In particolare le due maggiori cascine, Galbusera Bianca e Galbusera Nera, sorte su antichissimi baluardi gallici da cui ricavano il nome ( Gallicus Albus Ager, le bianche fortificazioni dei Galli) sono state ristrutturate ricorrendo alla bioarchitettura di cui il nostro Istituto è stato uno dei pionieri. Questa relazione tra architettura, agricoltura e cultura olistica o ecologica è il fondamento di questo studio che si basa sul nuovo paradigma della cultura ambientalista e del pensiero ecosistemico: nulla è separato, tutto è in relazione. 


 La corte lombarda era la storia delle famiglie contadine e delle loro anime. Era il loro mondo. In tutte le stagioni il ritmo della giornata era scandito dal sole: all’alba presto nei campi e al tramonto il rientro a casa dopo il lavoro. Le cascine della Pianura Padana avevano una loro particolare tipologia abitativa caratterizzata dal grande cortile attorno al quale ruotava e si sviluppava la vita colonica di uno o più nuclei. Il termine cascina (XII sec.) origina dal latino volgare capsia (recinto per bestiame) in seguito divenuto capsina, poi cassina e infine cascina. Perlopiù le cascine avevano un accesso principale costituito da un grande portone ligneo e una corte che agevolava le relazioni tra le famiglie che accrescendosi potevano dare vita a micro comunità solidali tra loro. Questa tendenza nacque da alcune esigenze pratiche che consentivano di usufruire di servizi comuni come stalle, fienili, mulini, pozzi e forni per il pane e come difesa dai malintenzionati. Per tali motivi le corti avevano una tipica pianta a "L", a "U" oppure si presentavano completamente cinte. L’aia centrale serviva a battere e trebbiare il grano. La stalla svolgeva il duplice ruolo di ricovero per animali da tiro ma anche sociale come luogo di ritrovo per le famiglie che nelle sere d’inverno, al tepore del bestiame, si riunivano per ascoltare i racconti degli anziani. Un altro locale presente nelle corti lombarde era la casera dove venivano prodotti i formaggi. Le origini delle cascine lombarde risalgono al feudalesimo. La società medievale poggiava su forti basi rurali e l'agricoltura costituiva una delle principali componenti di sostegno. Le prime notizie documentate sono del X sec. e descrivono costruzioni realizzate con argilla e paglia la cui finalità era quella di deposito agricolo e fienile. Più in avanti furono costruite in malta, pietre, mattoni e con il tetto di tegole o coppi. Sottotetto, finestre, persiane porte e il gran portone d'ingresso erano in legno. Tipica era la presenza di un rustico costituito da una serie di colonne che sostenevano un tetto in tegole e uno spazio aperto ai lati. Le corti lombarde si concentravano prevalentemente nelle province di MilanoMonzaLodiCremonaMantova, nelle zone di pianura delle province di Bergamo, Brescia Varese, nella parte brianzola delle province di Como e Lecco e nella pianura della provincia pavese. Un significativo cambiamento delle corti è stata la modernizzazione dei processi agricoli che ne cambiarono la fisionomia. Nei decenni successivi molte corti lombarde vennero demolite mentre altre furono ristrutturate e convertite principalmente a uso pubblico con finalità sociali, istituzionali e culturali. In particolare a Milano sono sopravvissute circa un centinaio di cascine. Alcune hanno trovato utilizzo come biblioteche, aree di svago, centri di accoglienza (per anziani, disabili o tossicodipendenti). Altre sono rimaste aziende agricole in attività che ancor oggi lavorano secondo le antiche tradizioni lombarde. Tra queste, la cascina Campi a Quinto Romano, la cascina Molino del Paradiso (o della Braschetta) di Muggiano (cavalli e foraggio), la cascina Gaggioli, il Mulino della Pace Barona, la cascina Battivacco alla Barona (riso), la cascina Basmetto alla Barona (riso), la cascina Campazzo (latte) e la cascina Nosedo (latte e derivati). Sempre a sud della Barona, sono presenti le secentesche cascine San Marco e San Marchetto. Tra le più antiche cascine di Milano vi è la cascina Chiesa Rossa, un antichissimo Porticus rurale di epoca romana, nel tempo divenuto aula di culto cristiano. La caduta dell’impero romano e la successiva fase tardo-longobarda sono state le basi per la chiesa romanica soprastante le cui strutture sono ancora oggi visibili. Fonti del 1455 raccontano del corteo nuziale di Tristano Sforza e di Beatrice d’Este che, proveniente da Pavia e diretto a Milano, sostò a S. Maria RuffaRuffa o Russa, infine Rossa (la chiesina fatta di mattoni rossi). Oggi, gli edifici restaurati ospitano la biblioteca civica Chiesa Rossa del centro ricreativo-culturale creato nell’ex stalla di una tipica cascina lombarda seicentesca. Altre interessanti cascine sono: la cascina Malandra (o Torre del Ronco) che sorge nei pressi di Monzoro (area del Ticino) e la cascina Moirano (antico insediamento agricolo). Del XIII sec. sono la cascina Corte Regina, la cascina Linterno e la cascina Monluè. Risalenti al XIV secolo sono la cascina Garegnano (Lorenteggio) e la cascina Triulza (Trivulza nell’Ovest milanese). Del XV secolo sono la cascina Boscaiola (tenuta di caccia delle Signorie Visconti e Sforza), le cascine Guascona e Guasconcina, la cascina Monastero e la cascina Pozzobonelli. Risalenti al XVI secolo sono le cascine Casanova (periferia orientale Forlanini), Monterobbio (Barona - Parco Agricolo Sud), Torrette di Trenno, San Gregorio Vecchio e Selvanesco. Del XVII secolo sono due cascine dotate di impianti molinatori: Mulino Vettabbia (un mulino ad acqua) e Molino Dorino (con macine e ingranaggi ancora integri). In una mappa ottocentesca, il mulino della cascina prese la denominazione di Molino Lauzi dai precedenti proprietari. Qualche tempo dopo venne acquistato dalla famiglia Dorino. Nel 1986 venne aperta la fermata della linea metropolitana 1 rossa che dal Mulino prese il nome. Anche il fascino della Cassina de’ Pomm dura da secoli. Il suo nome risale al XV sec. quando Francesco Sforza volle lungo il Naviglio piccolo dei frutteti di mele, i pomm. Nel Cinquecento la famiglia Marino - De Leyva (che costruì Palazzo Marino di Milano), ampliò il plesso per costruire una villa padronale. Nel XVIII sec. la struttura fu trasformata in albergo-stazione di cambio per barche e cavalli. La Cassina de’ Pomm ospitò personalità illustri in visita a Milano tra cui Garibaldi e Napoleone. Anche Stendhal, Giacomo Casanova e Carlo Porta la citarono in alcune delle loro opere. Nella prima metà del XX sono legate alla Cascina memorie e curiosità del territorio. 

NUOVA VITA PER LE CASCINE LOMBARDE.

La Regione Lombardia con la legge n. 18 del novembre 2019 finalmente dopo il lavoro continuo dell'associazione 100 cascine, ha consentito il recupero delle strutture rurali dismesse o abbandonate. In sintesi la nuova norma permette il recupero degli edifici rurali dismessi o abbandonati, individuati dal PGT o con perizia che asseveri lo stato di abbandono di almeno 3 anni. I complessi rurali, centri di organizzazione della vita agricola, rappresentano i nodi principali del paesaggio agrario e costituiscono  gli elementi fondamentali di riconoscibilità del territorio. L'associazione 100 Cascine ha l'obiettivo di individuare e promuovere in collaborazione con i centri di ricerca e le istituzioni del territorio politiche e normative per insediare nuove funzioni all'interno delle cascine. Ad esempio centri di ricerca ed ospitalità, di formazione e di lavoro che possano rappresentare, in una logica multifunzionale, una fonte di reddito alternativo per la conservazione dei fabbricati storici e per la tutela del territorio dal consumo del suolo. 

                       La cascina del Guado

               


L'analisi della situazione attuale delle cascine lombarde ben descritta anche nel video presentato sopra, ci porta a considerare che queste strutture, che erano legate ad una economia essenzialmente agricola, dopo la rivoluzione industriale e terziaria spesso sono state lasciate nel degrado, ma a partire dagli anni 60, 70 e 80 del secolo scorso si andò sviluppando una cultura alternativa, ecologica e di protesta, soprattutto da parte di intellettuali e artisti, che contrapponendosi ad un urbanesimo consumistico generato da un capitalismo senza etica, si andò ad insediare in alcune cascine abbandonate dando il via ad un utilizzo alternativo delle vecchie strutture e creando importanti luoghi di produzione culturale anzichè agricola. Un esempio per tutte è la cascina del Guado a Robecchetto con Induno sul Naviglio Grande. 

La Cascina è sita nella depressione morenica della valle del Ticino, in comune di Robecchetto con Induno frazione Malvaglio nei pressi del luogo dove sorgeva il Molino del Guado, risalente ai mulini del Naviglio poi gestiti dall’Ordine degli Umiliati. Fino agli anni ‘50 vi era Osteria con alloggio. Sia il Molino che l’Osteria finirono demoliti entro quel periodo. Del Molino restano le grandi pietre in granito per l’appoggio delle “ruote”. La strada (breccia) che congiunge in 840 metri la provinciale con la località della Cascina del Guado è comunale, e portava fino al 1602 al ponte in legno che traversava il Naviglio. I Bossi che infeudavano Induno con Guado, non accettarono il ponte in pietra proposto dallo Stato di Milano e demolirono il ponte in legno. Successivamente si insediò un traghetto a fiume.

La Cascina, per alcune costituzioni di materiali impiegati, rivela l’antico insediamento del XVI secolo per una parte, mentre l’attuale assetto di pianta risale, presumibilmente alla fine del XVII secolo. La costruzione contadina, con la muratura ancora parzialmente in sassi del Ticino, ospitava da tre a sei fuochi (navirolli, campari e molinari) fino al più recente secolo XIX, in cui fu adibita a dimora di “Bergamini” in transumanza con i bovini a svernare.

 La Cascina è stata rilevata nell’anno 1969 dal pittore Daniele Oppi al rientro da New York. Sbrecciata al tetto in più punti, con finestre murate o devastate, appariva un rudere senza i serramenti o altre finiture. Il nuovo proprietario assecondava scrupolosamente l’impianto allo status quo (ancora oggi evidente) intervenendo con infissi e con la necessaria impiantistica, prendendo domicilio fisso in cascina e residenza nel comune di Robecchetto con Induno.

Nel 1971 una concessione edilizia consentiva l’occupazione dell’area di una rudimentale tettoia per costruire una loggia a colonne seicentesche in serizzo battuto a mano, provenienti da un cantiere di via Santa Sofia di Milano, sul fronte del Naviglio. Venivano mantenuti i piccoli capanni “rurali”.

L’atelier di Oppi diventa allora punto di ritrovo e libero riferimento per artisti, critici e operatori culturali, come Erik Gustafsson, Hector Roberto Carrasco (Mono), De Lima Medeiros, Augustin Espanol Viñas, Franca Lally, Max Capa, Franco Russo, Renzo Sommaruga, Giancarlo Gragnani, Henry Baviera, Oreste Amato, Dino Baranzelli, Piero Fabbri, Pino Colla, Cesare De Ferrari, Lacquaniti, Mario De Micheli, Mike Megale, Mike Selig, Bill Firschein, Luciano Capitini, Ernesto Tavernari, Adelina Aletti, Stefano Pizzi, Paolo Baratella, Leonardo Capano, Emilio Tadini, Mario Spinella, ecc. (anni 1969-1976). In quegli stessi anni veniva formandosi una biblioteca ed una emeroteca sempre più rilevante, fino agli attuali 14.000 pezzi circa. Contemporaneamente, con il contributo di molti giovani del territorio limitrofo, partiva l’attività “SPAZIO-PROVA per vivere, Arte fuori Arte, Lavoro fuori Lavoro”, un cantiere propositivo che creava opere in serigrafia manuale, l’edizione de “Il Guadolibro” (una raccolta testimoniale documentaria e artistica) e una collana di volumetti di riflessioni etico-sociali. Da un gruppo di questi stessi giovani nasceva la Cooperativa culturale Il Guado, 1973, poi trasformata in una Coop di lavoro, e una piccola Cooperativa Malvaglio “Bar Italia”, che aveva rilevato la licenza da un vecchio omonimo bar in frazione Malvaglio, dove si formò “La Bottega del Libro” e la LAL (Libera Associazione del Libro).

 Prendeva forma sulla base di una idea e un progetto strutturato da D. Oppi con i giovani locali e non  la funzione principale della Cooperativa il Guado, e cioè assistere, formare, predisporre, ed eseguire la comunicazione dell’Ente Locale per mezzo della stampa periodica.

Un progetto oramai oggi fortemente (e stabilmente) operativo.

Interessanti sono quegli aspetti di formazione e acculturazione che in forma spontanea e naturale hanno come matrice endogena la Cascina del Guado e la sua attività legata alla comunicazione, che negli anni successivi (dal 1978 al 1988) riprende i temi cari alla ricerca del design, della grafica, del marketing e della pubblicità innovativa a sedimento-base culturale. Una folta schiera di giovani cresce in questa sorta di terreno di coltura, avanzando in professionalità ed esperienza su due direttrici (o filoni) di intervento .

La vocazione editoriale ha sempre caratterizzato ogni iniziativa, mentre gli aspetti documentali hanno fatto sì che si accumulasse un interessante quanto fitto archivio dei materiali prodotti, consistenti in fotografie, filmati, ampia produzione di ciclostilati, opere grafiche in serigrafia e xilografia, opuscoli tipografici con composizione a mano, raccolte di disegni, ecc.. In varie occasioni questi materiali sono stati esposti in bacheche presso la sede della Cascina del Guado con visite periodiche organizzate dai distretti scolastici, per classi della scuola dell’obbligo dalle elementari alle medie. In altri casi le mostre sono state allestite presso le scuole o in sedi istituzionali.

 Al Guado si possono individuare cinque periodi principali:

 Primo periodo: Cantiere laboratorio con intensa attività insieme ad artisti delle varie discipline, ma soprattutto con i giovani del territorio alla ricerca di risposte alle loro pressanti domande epocali. Il gruppo di vita e lavoro formatosi per spontanea aggregazione è ampiamente documentato nei materiali d’archivio, tra cui molte pubblicazioni originali poi adottate dalla Lega per le Autonomie e Poteri Locali e le proposte per i circoli Arci e i circoli Legacoop. Il periodo è caratterizzato dal contatto il più possibile decentrato con le popolazioni del territorio limitrofo, praticamente dall’abbiatense, al magentino, fino al castanese.

 Secondo periodo: si tratta della continuazione pratica e applicativa dei principi del primo periodo. Si può parlare di trasformazione nel senso della razionalizzazione delle attività attraverso la fondazione della Cooperativa il Guado, avvenuta nell’aprile del 1973.

 Terzo periodo: la cascina del Guado vede svilupparsi la tendenza artistico-culturale, in parte riprendendo le motivazioni sia del primo che del secondo periodo, lavorando sulla preparazione di un’oggettistica di artigianato d’arte, sotto la denominazione di “Guado, Casa della Creatività”. Laboratorio di ceramica, torchio di incisione e basi serigrafiche, preparando oggetti originali, seriali, a piccola produzione firmata.

Nel 1991 il terzo periodo si arricchisce di nuovo impulso in direzione specificatamente artistico-culturale con la fondazione della Società Cooperativa Raccolto a.r.l. che ha sede presso la Cascina del Guado e che caratterizza tutte le iniziative degli ultimi anni.

In questa fase si incrementa ulteriormente il patrimonio documentale e librario e si intraprendono programmi di eventi e grandi eventi concentrati in collaborazione condiversi Enti Locali e Istituzioni o Fondazioni private di cui sono disponibili tutte le relative documentazioni.

Lo Statuto della Cooperativa prevede anche attività editoriali (RaccoltoEdizioni).

Nel 1995, al Guado, rinasce “il Foglio dell’Umanitaria” bollettino dello storico Ente fondato da P. Moisè Loria nel 1893 che ha come motto “aiutare i diseredati a risollevarsi da sé medesimi”. Daniele e Francesco Oppi, con gli artisti del Raccolto, saranno animatori di numerose iniziative culturali nei chiostri dell’Umanitaria fin dal 1994.

 Merita menzione il periodo 1998/2001 caratterizzato da alcune realizzazioni editoriali per il Politecnico di Milano, AA.VV. e materiali di comunicazione per la Valle Bormida, oltre alla cura editoriale del periodico della Fondazione Società Umanitaria.

 Quarto periodo: La nascita del Padiglione d’Arte Giovane di Inveruno caratterizza questa fase tuttora in evoluzione. Su impulso di Francesco Oppi, nel periodo 2001-2004, si potenziano le attività editoriali (Raccolto Edizioni) con il volume “Il Modello Umanitaria” (110° anniversario della Società umanitaria) e “La città ideale” (125° anniversario della SEAO) e poi altre rilevanti pubblicazioni storico documentarie.

 Gli anni 2002-2004 vedono lo sviluppo della incisività della cooperativa RACCOLTO dovuto principalmente a Francesco Oppi.

I giovani cominciano a ritornare protagonisti (come negli anni ‘70) alla Cascina del Guado.

Intanto, nel 2002, il Comune di Milano conferisce la Medaglia d’Oro di benemerenza, Ambrogino d’oro, a Daniele Oppi (Presidente della Cooperativa Raccolto).

Il 2006 è segnato dalla scomparsa di Daniele Oppi. L’eredità di intenti e di impegni portati a buon fine è enorme. La Cooperativa Raccolto elegge Francesco Oppi alla presidenza.

 Quinto periodo:

Si sviluppa e consolida il settore editoriale (tra il 2006 e il 2012 vengono curate e/o coordinate oltre 90 edizioni per privati ed Enti) e si rafforza l’impegno delle nuove generazioni di “guadisti”.

Il Guado è anche catalogato ufficialmente come struttura architettonica storica del territorio Lombardo, facente parte del patrimonio culturale e paesaggistico rappresentato dai nuclei rurali e dal sistema delle cascine presenti sul territorio della valle del Ticino. Esso è, difatti, indicato tra i beni di rilevanza culturale della Regione Lombardia.

                                    La cascina Castello



La cascina Castello a Spessa in provincia di Pavia, sulla sponda sinistra del Po, è un altro esempio  del riutilizzo delle cascine lombarde come centri della nuova attività culturale. E' un ampio edificio agricolo edificato nel XV secolo e ristrutturato secondo criteri di alta efficienza energetica, utilizzo di energie rinnovabili, con una particolare attenzione alla sua natura architettonico-storica e soluzioni che connotano questo progetto come modello di turismo sostenibile e accessibile a tutti grazie a un ostello che fa parte del centro culturale Artemista. Questa associazione porta avanti un progetto ambizioso rivolto al teatro e alla musica oltre a progetti sociali e di educazione ambientale. Artemista ha fatto rivivere la cascina con sale prove per danza, teatro, uno studio di registrazione e diverse sale di ripresa anche per grandi ensemble.

Il centro culturale Artemista nasce dall’esperienza e dalle progettualità che l’associazione ha condotto sul territorio e si configura come base per altre realtà artistiche e culturali.
L’associazione Artemista nasce nel 2004 dall’incontro di artisti di varie discipline attivi dai primi anni '90 con l’obiettivo di sviluppare progetti di produzione e formazione unendo linguaggi diversi: teatro, musica e arti visive.
Il centro culturale si è sviluppato dal 2009.
L'associazione ha creato il centro ridando vita alla Cascina Castello, edificio in parte del 1400 e in parte precedente all’anno 1000 nel comune di Spessa, paese di 606 abitanti nella campagna pavese sul fiume Po. Nella ristrutturazione sono state utilizzate tecniche di bioedilizia e si è puntato all’alta efficienza energetica che usa fonti rinnovabili. Hanno preso parte ai lavori maestranze, ma anche soci e volontari da tutto il mondo.
Artemista gestisce le attività del centro culturale (sale polifunzionali, studio di registrazione e ostello) e ha sviluppato negli anni la vocazione di residenza artistica multidisciplinare internazionale, organizza rassegne nel centro e nel territorio, realizza progetti culturali interdisciplinari sperimentando anche l'applicazione delle nuove tecnologie digitali sia nell'ambito della produzione che in quello della formazione rivolgendosi in particolare a giovani .


                                    La cascina Cuccagna



“Altro” ma ugualmente simbolo di un cambiamento e di un pensiero olistico volto al futuro è la settecentesca Cascina Cuccagna presente nella mappa del Catasto Teresiano del 1722 col nome di “Cassina Torchio”, un microcosmo agricolo e polifunzionale celato tra i palazzi di Corso Lodi a Milano. Abbandonata per molti anni si è trasformata in un luogo d’incontri e aggregazione grazie all’iniziativa di una rete di cittadini e all’associazione Consorzio Cantiere Cuccagna. Molto suggestiva ancora oggi al suo interno vibra l’antico spirito del luogo in cui un tempo i Padri Fatebenefratelli curavano gli orti e coltivavano le erbe officinali per l’Ospedale Maggiore. Riaperta nel 2012, a seguito di un restauro conservativo, ha sviluppato nel tempo progetti e attività legati agli stili di vita sostenibile, all’alimentazione sana, all’agricoltura urbana, all’economia circolare, alla scoperta del saper fare e all’integrazione sociale e culturale. Ogni martedì dalle 15,30 alle 20,00 un mercato agricolo, con prodotti a chilometro zero, riaccende l’immagine di un angolo di campagna . Un’iniziativa che si inserisce nel contesto partecipativo di Cascina Cuccagna e che contribuisce a rendere questo posto un avamposto agricolo all’interno della città.