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lunedì 3 novembre 2014

La casa popolare

                                         Case dei ferrovieri, acquerello su carta

Guardando le realizzazioni di edilizia popolare a Milano, a partire dalla legge Luzzatti del 1908, si ha la triste impressione che la necessità di dare la casa a masse di immigrati che negli anni ,soprattutto sessanta e settanta, si trasferivano da sud a nord  del paese, sia stata una scusa per costruire male.  Dietro quelle soluzioni massificanti si intravedono le ideologie di quegli anni che oggi, a  quaranta,cinquant'anni di distanza, mostrano tutta la loro usura e le conseguenze nefaste sulla viviblità di quei quartieri: la fiducia acritica nel progresso tecnologico e nei nuovi materiali, nella prefabbricazione pesante, nell'urbanistica dello zoning e di conseguenza della semplificazione e del riduzionismo hanno generato l'emarginazione reale e simbolica delle nostre attuali periferie. Il termine stesso "casa popolare" è un errore storico che stiamo scontando a caro prezzo. Il bisogno di casa non dovrebbe essere etichettato in base al censo o alla classe sociale e suddiviso in localizzazioni più o meno separate, questo ha determinatato   la periferizzazione di masse di cittadini che oggi siamo impegnati a combattere. Questo bisogno in teoria non dovrebbe essere oggetto di affarismo e speculazione ma al contrario avere la garanzia di soddisfazione per tutti in quanto la casa è necessaria allo sviluppo psicofisico dell'individuo. Questo si scontra con la realtà del mercato immobiliare ben lontana dalle finalità sociali e di mutuo soccorso. Il bisogno di casa invece, come si sa, fin dai tempi antichi è sempre stato oggetto di grandi speculazioni anche se il fenomeno delle periferie è un tipico prodotto della città moderna industriale: nella città antica infatti le classi povere abitavano case povere ma all'interno delle mura mescolate alle dimore dei signori di cui erano al servizio. Quest'anno sono 135 anni dalla nascita di una realtà milanese al servizio della casa, intesa come bene sociale, la Società Edificatrice Abitazioni Operaie,la prima cooperativa a proprietà indivisa per la realizzazione di case per i lavoratori. La città giardino , prevista in Porta Vittoria e realizzata solo in parte nelle casette dei ferrovieri in via Lincoln, ci riporta a tutt'altro clima. Oggi quel villaggetto appare perfettamente integrato nel tessuto cittadino ed è diventato un luogo privilegiato abitato da ricchi intellettuali. Leggendo la storia della nascita di questa società cooperativa ci si rende conto che quanto ai bisogni non è cambiato molto da  allora. Sono nati, è vero, gli IACP (oggi Aler) ma contemporaneamente è aumentata in maniera esponenziale la domanda di case a bassi costi e oggi, dopo il trasferimento delle industrie, in una tendenza alla terziarizzazione della città,le classi meno abbienti sono cambiate: oltre ad una fascia consistente prevalentemente composta da extracomunitari immigrati in grado di accedere ai bandi per le case popolari  ve n' è una più cospicua  di persone, per lo più giovani ma non solo, che non hanno un reddito adeguato per il libero mercato dell'affitto. Nel frattempo le periferie, generate dalla politica dell'edilizia pubblica anni '60 e '70 con concezioni riduttive e magniloquenti, sono sempre più invivibili.
In realtà dal puntodi vista abitativo Milano risulta una città a bassa vivibilità: a fronte di un centro che si è completamente terziarizzato con funzioni forti, uffici di rappresentanza, banche,commercio di lusso e spettacolo, dove abita una percentuale molto bassa di privilegiati si riscontra una fascia periferica, che ormai ingloba i comuni di prima cintura, dove risiede la maggior parte della popolazione, spesso in condizioni di disagio per la mancanza di servizi e di vita comunitaria. Si ha un generale degrado rispetto a quella che un tempo era una normale vita cittadina e il problema del traffico e dell'inquinamento nascono nascono proprio da questa città rfiutata. Essa, anche alla luce di una urbanologia influenzata dalla riflessione ecologica, va concepita come un insieme di sistemi interconnessi  che, come negli organismi viventi, influiscono uno sull'altro: la complessità è bellezza e tutto ciò che si semplifica decade. Non si possono separare le funzioni dell'abitare seza arrecare grave danno alla qualità della vita. Con la concezione riduttiva,  meccanicistica e massificante dei decenni scorsi oggi abbiamo il problema di periferie da riqualificare oltre che  quello di costruire nuove case.

Di questo si discuterà il 10 novembre dalle 10 alle 13 alle Gallerie d'Italia in piazza della Scala 6 a Milano. Qui sotto il programma.