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martedì 22 aprile 2014

La città ecologica

Leggo sul Corriere che la giornata mondiale per l’ambiente quest’anno é dedicata alla città e l’articolo decrive ipotesi di ecopolis ipertecnologiche con edifici che, sia pure a risparmio energetico, si sviluppano in altezze vertiginose con la scusante di risparmiare suolo. Costruire in altezza é un modello architettonico dei primi del novecento spacciato per ultramoderno. Concesso che la nuova città ecologica nasce sulla  metropoli esistente si deve tuttavia affermare che la soluzione in altezza non si inquadra  nelle aspirazioni degli urbanisti a forte connotazione ecosofica. Qualcuno afferma che gli edifici abitativi non dovrebbero superare i quattro piani, noi non saremo cosi tassativi, si puo arrivare anche a sei-otto, ma la soluzione sta nel ritorno all’isolato urbano di antica tradizione. Questo era la carattaristica della città europea a partire dal medioevo, viene trasformato nel XIX secolo e viene abolito nel XX dal Movimento Moderno. In effetti l’architettura moderna si è definita e si definisce in contrapposizione alla città. Gli edifici alti dovrebbero essere limitati invece alla funzione del terziario oppure anche per ospitare coltivazioni speciali. Queste costruzioni chiamate biotorri o fattorie verticali moltiplicano per più piani il terreno che sottraggono alla base. Ma oggi il grave problema che una cultura ecologica dovrà risolvere  restano le periferie generatrici di malessere  e ghettizzazione dove esplodono periodicamente le rivolte violente che spesso hanno per protagonisti gli immigrati. Il fatto di essere degli esclusi li rende nemici e il resto della civitas li vive come pericolo. Questo impedisce la loro integrazione in una società sempre più rigida nella difesa dei priovilegi. Il fatto é che nella città vivono separate due realtà : quella degli inclusi e quella degli esclusi che abitano le periferie. Finché queste sono i luoghi dell’esclusione non si puo pensare di vivere felici nel resto della città. Occorre dunque creare zone di mescolanza sociale dove ogni soggetto si senta accettato per quello che é. Una società migliore produce manufatti migliori. Se non vi sono i presupposti perché ogni individuo abbia le opportunità per realizzarsi  e se le condizioni economiche sono sempre più distanziate e irrigidite è normale che non vi sia né bellezza né felicità perché vi è uno stato di guerra permanente tra chi ha troppo e chi ha troppo poco. La nuova polis dovrà essere prima di tutto città della pace dove le architetture manifesteranno questa passione per la bellezza come rispetto per la vita.