Gaspare Lo Buglio era poco più che un ragazzo quando
partecipò alla fondazione dell’Istituto Uomo e Ambiente nel 1984. Era un
giovane architetto che veniva da Palermo e ci eravamo conosciuti all’Ipsia di
Lissone dove insegnavamo, lui si infervorò subito per le idee che allora andavo
mettendo a fuoco in merito alla necessità di rifondare l’architettura su basi
ecologiche, partecipò dunque all’atto costitutivo dell’associazione. Successivamente,
non ricordo i motivi, ci perdemmo di vista fin quando una decina d’anni fa si
presentò ad uno dei nostri numerosi convegni in Umanitaria e ricominciò a frequentarci.
Da allora è stato socio sostenitore ed ha partecipato alle nostre numerose
riunioni. Aveva un grande interesse per Leonardo da Vinci ed era diventato suo profondo
studioso e conoscitore. Raccontava di aver scoperto il nome della misteriosa modella per La
Gioconda e che ne avrebbe rivelate le prove in una esposizione che stava
preparando da lungo tempo. Lo andai a trovare dove abitava solo in modo molto spartano per scoprire i
suoi segreti ma era piuttosto riservato. Scoprimmo che amava una gattina che
gli faceva compagnia nel suo soggiorno bohemien. Lo scorso anno lo invitai a
tenere una relazione sull'armonia nell'ambito del convegno Sano, bello, felice
in architettura. Fu una rivelazione che piacque a tutti per la profondità e la
preparazione. Fra l’altro parlò della bellezza come antidoto alla guerra
mostrando i dipinti rinascimentali che ritraggono Venere e Marte dopo il coito
da cui nacque Armonia e mostrando come Venere riesca a domare Marte. Fu tra i primi a sottoscrivere il nostro Manifesto sul diritto alla bellezza naturale che presentammo lo scorso autunno. Ora se ne
è andato in silenzio a sessantasei anni improvvisamente, e misteriosamente come
aveva vissuto, nell'anno delle celebrazioni della ricorrenza della morte del
suo Leonardo da Vinci tanto amato lasciandoci un po’ tutti sgomenti e un po’ tristi
per non averlo forse pienamente compreso.
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martedì 29 ottobre 2019
mercoledì 9 ottobre 2019
Della Bellezza
Auguste Ingres L'odalisca
Della Bellezza.
di Federico Bock
Estratto da due moduli di lezione all'Umanitaria sul tema "Bellezza e Mito", nell'ambito di un convegno organizzato da Uomo e Ambiente.
Aforismi (e considerazioni) sulla “bellezza”
-1- “Se si priva il mondo della bellezza, non c’è rimedio all’umiliazione. Ma è difficile che ci sia bellezza nel mondo senza solidarietà per gli umiliati”, (Zygmunt Bauman, Il disagio della postmodernità, Laterza, Bari-Roma 2018, 340).
-2- “E’ una certezza strana e insopportabile sapere che la bellezza monumentale presuppone sempre una schiavitù ed è tuttavia bellezza, e che non si può non volere la bellezza e non si può volere la schiavitù, la quale rimane comunque inaccettabile. Forse è per questo che io pongo al di sopra di tutto la bellezza di un paesaggio che non è pagata con nessuna ingiustizia e dove il mio cuore è libero” (Albert Camus, Taccuini 1951-59, Bompiani, Milano 1992, 138).

-4- La bellezza è concretamente giovevole, considerazione utilitaristica – questa – ma non meno plausibile alla luce delle intuizioni dei grandi letterati, da Dostoevskij (“la bellezza salverà il mondo”) a Leopardi, che nello Zibaldone (1666) fa una affermazione a proposito della musica, ma subito vòlta in direzione del “bello” in genere: “…Tanto è vero che il di lei (della musica: n.d.r.) singolare effetto non deriva dall’armonia in quanto armonia, ma da cagioni estranee alla essenza dell’armonia, e quindi alla teoria della convenienza e del bello (sottolineatura d.r.).
Come dire, accostando “convenienza” e “bello”, che il bello è conveniente rispetto al non-bello, il bello è utilitaristico, dà giovamento, ciò che riprova la giustezza del pensiero di Jaspers sopra riportato.
Come dire, accostando “convenienza” e “bello”, che il bello è conveniente rispetto al non-bello, il bello è utilitaristico, dà giovamento, ciò che riprova la giustezza del pensiero di Jaspers sopra riportato.
-5- “Bellezza” è un termine universalmente usato per designare il corrispondente “concetto”. Ma la difficoltà sta nell’individuare l’essenza, l’ontologia, l’essere (e non il dover-essere e neppure l’“esserci”) della bellezza. Altrimenti, ci s’impantana nelle infinite applicazioni del concetto di bellezza, nel relativismo più sfrenato, tipo: “non è bello quel che è bello, è bello quel che piace”.
Invece bisogna andare oltre il concetto di bellezza, per esplorare il quale basta consultare un buon dizionario (qualità di ciò che è bello, valore estetico delle cose). No, io voglio conoscere cosa è la bellezza, non il concetto della bellezza nei suoi molteplici contenuti, non voglio correre il rischio di banalizzare la bellezza con il “bello” e con il “mi piace”: la bellezza non è il “bello” e non è il “mi piace”.
Invece bisogna andare oltre il concetto di bellezza, per esplorare il quale basta consultare un buon dizionario (qualità di ciò che è bello, valore estetico delle cose). No, io voglio conoscere cosa è la bellezza, non il concetto della bellezza nei suoi molteplici contenuti, non voglio correre il rischio di banalizzare la bellezza con il “bello” e con il “mi piace”: la bellezza non è il “bello” e non è il “mi piace”.
-6- Il problema si presenta per ogni terminologia, che abbia la pretesa di racchiudere il senso dell’operare umano: termini come “bellezza”, “libertà”, “verità”, ad esempio, sarebbe quindi ridicolo ridurli tautologicamente a “bello”, “libero”, “vero”, o a farne una indefinita e poco plausibile casistica. Io credo che ci sia una sola bellezza, come c’è una sola libertà, come c’è una sola verità. Dove e come scovarle?
-7- Scovare, dunque, la bellezza.
Plutarco dice che nel tempio dedicato a Iside, a Sais, in Egitto, c’è un’iscrizione di fronte alla quale si sono inchinati i grandi del pensiero (Goethe, Schiller, Kant, Novalis):
- “Quid fuit, est, erit, ego sum, peplumque meum nemo submovit” (“Io sono tutto ciò che fu, che è, che sarà, e nessun mortale ha mai sollevato il mio velo”).
Ma non è forse, questo, l’emblema della bellezza? Allora la bellezza diviene l’aspirazione a sollevare il velo di Iside, diviene lo “streben”, la curiosità a (cercare di) perseguirla, come non dissimilmente avviene per altri termini delineanti l’operare dell’uomo, quali – dicevamo – la giustizia, la verità, la libertà.
Bellezza, dunque, è già la curiosità della bellezza, curiosità inappagabile, irraggiungibile, inarrestabile.
Plutarco dice che nel tempio dedicato a Iside, a Sais, in Egitto, c’è un’iscrizione di fronte alla quale si sono inchinati i grandi del pensiero (Goethe, Schiller, Kant, Novalis):
- “Quid fuit, est, erit, ego sum, peplumque meum nemo submovit” (“Io sono tutto ciò che fu, che è, che sarà, e nessun mortale ha mai sollevato il mio velo”).
Ma non è forse, questo, l’emblema della bellezza? Allora la bellezza diviene l’aspirazione a sollevare il velo di Iside, diviene lo “streben”, la curiosità a (cercare di) perseguirla, come non dissimilmente avviene per altri termini delineanti l’operare dell’uomo, quali – dicevamo – la giustizia, la verità, la libertà.
Bellezza, dunque, è già la curiosità della bellezza, curiosità inappagabile, irraggiungibile, inarrestabile.
-8- Ma la curiosità della bellezza, per conseguire il proprio risultato, cioè per (cercare di) scovare la bellezza, richiede studio, applicazione, richiede assuefazione, abitudine, tutti aspetti – questi – che poco hanno a che vedere con la fretta.
Viene in mente il motto latino festina lente (affrettati lentamente), che Svetonio mette in bocca ad Augusto, oppure il mio motto “chi ha fretta ha sempre torto, chi ha torto ha sempre fretta”.
C’è un poeta francese, Valery, che ha teorizzato l’elogio della lentezza, che teme la fretta e la concitazione, che aborrisce la frenesia conseguente alla perdita di sensibilità del moto senza tregua. Valery è atterrito, più che dal vuoto, dal movimento infinito e senza senso che incontra ad ogni piè sospinto, e fa suo il frammento di Blaise Pascal “il silenzio eterno di questo spazio infinito mi spaventa”.
Lasciarsi spaventare dall’infinito, questo è “bellezza”. Anche se lo stesso Leopardi, che pure all’infinito ha dedicato una composizione, dubita che l’infinito sia veramente infinito, o non piuttosto “finito” anch’esso, dubbio cui la scienza non ha saputo finora rispondere.
Valery ritiene il progresso e la morte inestricabilmente connessi.
Sembra anticipare Adorno, quando questi afferma, nei Minima Moralia, che l’atteggiamento a-storico nei confronti della velocità del cambiamento si accompagna alla consapevolezza della sicura caducità del mondo.
Ma la caducità del mondo non è forse ancora una volta ciò che è nascosto sotto il velo di Iside? La caducità del mondo non può essere, forse, l’esserci heideggeriano della bellezza, il cui velo nessuno mai è riuscito a sollevare, ma tutti fra i dotati di cuore cercano pervicacemente di fare?
Viene in mente il motto latino festina lente (affrettati lentamente), che Svetonio mette in bocca ad Augusto, oppure il mio motto “chi ha fretta ha sempre torto, chi ha torto ha sempre fretta”.
C’è un poeta francese, Valery, che ha teorizzato l’elogio della lentezza, che teme la fretta e la concitazione, che aborrisce la frenesia conseguente alla perdita di sensibilità del moto senza tregua. Valery è atterrito, più che dal vuoto, dal movimento infinito e senza senso che incontra ad ogni piè sospinto, e fa suo il frammento di Blaise Pascal “il silenzio eterno di questo spazio infinito mi spaventa”.
Lasciarsi spaventare dall’infinito, questo è “bellezza”. Anche se lo stesso Leopardi, che pure all’infinito ha dedicato una composizione, dubita che l’infinito sia veramente infinito, o non piuttosto “finito” anch’esso, dubbio cui la scienza non ha saputo finora rispondere.
Valery ritiene il progresso e la morte inestricabilmente connessi.
Sembra anticipare Adorno, quando questi afferma, nei Minima Moralia, che l’atteggiamento a-storico nei confronti della velocità del cambiamento si accompagna alla consapevolezza della sicura caducità del mondo.
Ma la caducità del mondo non è forse ancora una volta ciò che è nascosto sotto il velo di Iside? La caducità del mondo non può essere, forse, l’esserci heideggeriano della bellezza, il cui velo nessuno mai è riuscito a sollevare, ma tutti fra i dotati di cuore cercano pervicacemente di fare?
-9- Cambiando civiltà, nella Cina imperiale del XVIII secolo, l’eminente monaco e pittore Shitao scrive, nei Discorsi sulla pittura (Jouvence, Milano 2014, 38), “…Trasformazione è vita, e vita è trasformazione. La pittura non fa altro che offrire allo sguardo questa verità, metterla in forma visibile, o meglio rilanciarla nel suo aspetto di visibilità. Ciò che è male, ciò che è da evitare, secondo questa linea interpretativa del reale, è la stasi, il blocco. Cercare di fissare il reale, pensare di volerlo rendere stabile, immutabile: questo è l’errore, e il carattere che rende morto, sterile un dipinto.”
Siamo ancora al velo di Iside, e si noti che in tutto il suo scritto non una volta Shitao menziona il termine “bellezza”, che pure muove tutta la sua arte in una curiosità e tensione (“streben”) che lui stesso ben teorizza.
Siamo ancora al velo di Iside, e si noti che in tutto il suo scritto non una volta Shitao menziona il termine “bellezza”, che pure muove tutta la sua arte in una curiosità e tensione (“streben”) che lui stesso ben teorizza.
-10- Bellezza è femmina.
La “bellezza” non è il “bello”, che è soltanto suo attributo.
“Bellezza” (femminile) e “bello” (maschile).
Schönheit (femminile) e Schöne (neutro).
Beauté (femminile) e beau (maschile).
Beauty (femminile) e beauty (maschile).
Belleza (femminile) e hermoso (maschile).
Beleza (femminile) e belo (maschile).
La “bellezza” non è il “bello”, che è soltanto suo attributo.
“Bellezza” (femminile) e “bello” (maschile).
Schönheit (femminile) e Schöne (neutro).
Beauté (femminile) e beau (maschile).
Beauty (femminile) e beauty (maschile).
Belleza (femminile) e hermoso (maschile).
Beleza (femminile) e belo (maschile).
-11- Concludo con Baudalaire (Inno alla bellezza), che è andato molto vicino all’iscrizione di Iside:
“Vieni dal cielo profondo o esci dall’abisso
Bellezza? Il tuo sguardo, divino e infernale,
dispensa alla rinfusa il sollievo e il crimine,
ed in questo puoi essere paragonata al vino,,,”.
E più avanti:
“Esci dal nero baratro o discendi dagli astri?
Il destino irretito segue la tua gonna
come un cane; semini a caso gioia e disastri,
e governi ogni cosa e di nulla rispondi.”
Direi che questa lirica è proprio paradigmatica dell’iscrizione di Iside a Sais: io fui, io sono, io sarò, nessun essere umano ha mai sollevato il mio
“Vieni dal cielo profondo o esci dall’abisso
Bellezza? Il tuo sguardo, divino e infernale,
dispensa alla rinfusa il sollievo e il crimine,
ed in questo puoi essere paragonata al vino,,,”.
E più avanti:
“Esci dal nero baratro o discendi dagli astri?
Il destino irretito segue la tua gonna
come un cane; semini a caso gioia e disastri,
e governi ogni cosa e di nulla rispondi.”
Direi che questa lirica è proprio paradigmatica dell’iscrizione di Iside a Sais: io fui, io sono, io sarò, nessun essere umano ha mai sollevato il mio
giovedì 18 luglio 2019
Lettera ai Verdi sul clima
Siamo sconcertati dalle voci allarmistiche sui cambiamenti climatici. Addirittura alcune derive dei Verdi, che spero non siano condivise dalla dirigenza, sconsiglierebbero di fare figli per non esporli alle possibili catastrofi ambientali del 2050, data fatidica del non ritorno se l’inquinamento da CO2 continuasse ai livelli attuali. Questo mi fa venire in mente l’Alto Medioevo, prima del 1000 ci fu infatti un calo demografico eccezionale in ragione del fatto che ci si aspettava la fine del mondo, l’apocalisse profetato dalle sacre scritture. Personalmente non ho molto approfondito la tematica, immagino vi siano molti studi e dati statistici che sostengono questa funesta previsione ma io difendo il diritto al dubbio, anche perchè vi sono altrettanti studi che negano la relazione fra emissioni e cambiamenti climatici. Come al solito le opinioni variano tra catastrofisti e negazionisti nel solito gioco dualistico sostenuto dalla presunzione della scienza di prevedere e controllare il futuro. Il fatto poi che si sia usata l’ingenuità di una ragazzina autistica per rendere più drammatica la faccenda mi fa sospettare che ci sia sotto qualcosa di poco nobile. Sostengo infatti, e non da oggi, che la politica ambientalista dovrebbe fondarsi su nuove prospettive di speranza e non sulla paura. Tutti i regimi più degenerati sono nati dalla paura sparsa a larghe mani da demagoghi interessati al potere, compreso il nazifascismo. Una dirigente verde mi ha dato del decerebrato per questa mia opinione. Attenzione perchè già da molto nel movimento si annida una profonda aggressività, non vorrei che si prendesse una brutta piega. Come ho più volte scritto non si tratta di dimenticare gli effetti negativi della modernità, dell’industria e del consumismo ma nemmeno di tralasciarne le ricadute positive che fanno accorrere migliaia di migranti alle nostre sponde. Non possiamo diventare misantropi, nemici dell’uomo in favore della natura : esemplari di questo atteggiamento erano l’amore per le piante di alcuni gerarchi nazisti che mandavano a morte migliaia di ebrei. Uomo e natura sono una cosa sola ed è averli separati,da Cartesio in poi, che ha generato grandi guasti. E’ necessario se mai un neoumanesimo che sia consapevole di questa unità e riconosca come suo fine l’aspirazione alla creatività e alla bellezza naturale. Perchè è da una caduta estetica che nasce la crisi ecologica. Edgard Morin diceva in Il pensiero ecologico : seguire la natura e guidarla. Del resto se accettiamo che il sistema Terra è assimilabile ad un sistema vivente, come ormai sembra che tutti gli ambientalisti accettino, come è possibile applicare formule matematiche ? Gli organismi viventi sono creativi per antonomasia e sanno generare meccanismi correttivi a situazioni critiche per tornare ad un equilibrio omeostatico. Questo non vuol dire che non si debba fare nulla e si debbano lasciare le cose come stanno ma nemmeno dipingere oscuri orizzonti apocalittici per catturare consensi. Bisogna invece capovolgere il pensiero dominante per arrivare ad una ecosofia che aiuti a vivere oggi in accordo con la natura, vivere bene oggi rende il futuro un sogno di speranza. Occorre infine migliorare gli effetti positivi della modernità estendendoli alle parti sociali più deboli.
lunedì 8 luglio 2019
Proposta di rigenerazione urbana presentata al Comune di Milano
Progetto Ortica
Ogni territorio ha una sua vocazione, ogni territorio ha caratteri e ritmi
propri. L’Ortica è un quartiere popolare, poco attraente, quindi ci siamo
concentrati sull’idea che la gente possa usare gli spazi pubblici in modo
intelligente e democratico dimostrando che da un ciuffo di ortiche si può tirar
fuori la ricetta per il riscatto delle periferie a rischio. Infatti i maggiori contenitori di biodiversità non sono
i boschi o le aree protette ma le aiuole spartitraffico, le scarpate
ferroviarie, i terreni industriali dove la vegetazione può tornare a
svilupparsi. Ed è per questo che, dopo aver
visitato il quartiere, ed averlo frequentato più anni, abbiamo valutato che il
miglioramento della vita, in un processo di rigenerazione urbana che privilegi
l’elemento naturale come mezzo di arricchimento qualitativo, può avvenire tenendo presente le necessità
insite, per storia, tradizione e
vocazionalità del luogo, soprattutto delle persone che volessero imparare un mestiere a contatto
con la natura fatto di lavoro e raccolto. Del resto il nome stesso di Ortica
deriverebbe da orto o ortaglia, prendersi cura di un orto e produrre una parte
del cibo che si consuma è un modo per ridare significato alla filiera alimentare
e l’aula all’aperto in cui comprendere tutta insieme la rete della vita nelle
sue infinite ramificazioni e connessioni. Esso infatti mette a frutto abilità
manuali, sviluppo del pensiero sistemico interdipendente, capacità revisionali,
le conoscenze botaniche, la ricerca
delle sementi e non ultimi il senso e il gusto dell’attesa. Per questo abbiamo considerato che gli interessati si potrebbero dedicare all’apprendimento di nozioni erboristiche al fine di creare in
loco una spezieria che realizzi i suoi preparati attraverso la coltivazione di
erbe. All’interno del quartiere potrebbe sorgere una struttura, nella quale
sarebbero venduti i preparati ottenuti attraverso la coltivazione delle erbe e
delle piante nei campi di proprietà comunale o in un edificio ad hoc. Nelle aule disponibili o realizzabili saranno
inoltre previsti corsi per tecnici degli orti botanici, per apicoltori, per
coloro che vogliono apprendere nozioni di cucina naturale. L’ informazione, affinchè sia anche una
esperienza formativa, avverrà creando
una fornita biblioteca di food con testi che riguardano la tradizione della
cucina lombarda di ieri e di oggi . Verrà, al contempo, svolta una sensibilizzazione
al fine di creare un’agricoltura che sia anche arricchimento spirituale per chi
la pratica. Saranno attivati stages per rispettare la natura e la tradizione
partendo da quel che si è senza dimenticare le origini, insegnando l’utilizzo
di erbe aromatiche e varietà floreali che richiamano insetti utili e
impollinatori, come il fiordaliso, le calendule officinali, l’issopo, la senape
bianca, la melissa, l’origano, il timo e la santoreggia. Seguendo la presenza
locale si potrà creare una scuola di arte bianca con l’utilizzo delle farine
alternative ricavate dagli antichi grani coltivati in loco.
Qualora la disponibilità di aree ad uso agricolo non fosse sufficiente si
costruirà una struttura semipermanente in legno e vetro per colture sovrapposte
a più piani, che potrebbe arrivare anche ad altezza considerevole, biotorre o
vertical farm, cosi da dare l’impressione che la città restituisca il terreno
sottratto per produrre cibo. Questo edificio, con una forma piramidale o a
spirale per le note proprietà energetiche, al contempo utilizzerà e produrrà
energie alternative, derivanti da geotermia, pompe di calore, sistemi solari,
eolici e di reimpiego del vapore acqueo. Qui saranno coltivati i prodotti ad uso
alimentare. Nell’edificio alla base si posizionerà la biblioteca di food internazionale e un centro di accoglienza. Si ipotizza inoltre di destinare uno spazio
alla Spezieria . Il tipo di utenza dovrà aggregare, disoccupati, giovani animati da uno spirito naturalistico,
immigrati con permesso di soggiorno, studenti interessati all’utilizzo
terapeutico e alimentare delle erbe che potranno abitare nei locali della
struttura per brevi periodi seguendo una graduatoria con l’obiettivo di
imparare un mestiere e di recuperare il
ruolo naturale del mondo agricolo come punto di partenza di una educazione
ecologica al fine di conoscere la natura in un’ottica di conforto personale e
di ritrovamento di se stessi.
Questa scheda è stata presentata all'assessore Maran su sua sollecitazione.
domenica 2 giugno 2019
lunedì 8 aprile 2019
Master di ecologia e bellezza
Master sulla bellezza
Quattro moduli di sei ore e un modulo di quattro ore
in cinque giornate venerdi e sabato di due fine settimana e un sabato. Costo di
iscrizione 250 euro.
I cinque moduli tratteranno: filosofia, natura,
arte, architettura.
1)
Venerdi, filosofia. 6 ore
Mattino
Presentazione del corso
2 ore La crisi della bellezza Davide Gravellini
2ore Mito e bellezza Federico Bock
e Giuseppe Conte
Pomeriggio
2 ore La ricerca dell’armonia Gaspare Lo Buglio
2)
Sabato, natura. 6 ore
Mattino
2 ore Forma e funzione nella natura Enrico Banfi
2 ore Arte e natura Elisabetta Pozzetti
Pomeriggio
2 ore Mitologia degli alberi Oliviero Tomasoni
3)
Venerdi, le arti. 6 ore
Mattino
2 ore Salvezza e caduta dell’arte moderna M. Spada
2 ore “ “ Alzek Michef
Pomeriggio
2 ore Musica e Architettura, Giuseppe Belluardo
4)
Sabato, architettura. 6 ore
Mattino
2 ore Bellezza in architettura, Franco Purini
2 ore “ “ Renzo
Salmoiraghi
Pomeriggio
Fabrizio Patriarca
5)
Sabato mattina 2 ore Impresa bellezza e produzione
Fabectum e consorzi imprese
2 ore Amministrazione pubblica e
bellezza
Lidia Arduino vicesindaco di Cusano Milanino e architetto
Lo stage prevede 20 crediti formativi agli architetti rilasciati dall’Ordine
di Milano e partirà dal 4 ottobre al raggiungimento del numero minimo di venti
iscritti.
E’ necessaria una prenotazione con una e-mail a
direttore@uomoeambiente.org, l’Iscrizione vera e propria sarà eseguita presso
la Società Umanitaria di Milano sede del corso
martedì 19 marzo 2019
Gropius e il Bauhaus, cento anni di storia.
Battello in partenza, acquerello su carta
Quest’anno ricorre il
centenario della nascita del Bauhaus. Voglio quindi mettere insieme alcune
riflessioni su questa scuola di arti e mestieri che ha influenzato l’arte e l’architettura del XX secolo. Nel
1976, fresco di laurea e molto confuso sul mio futuro professionale, nella
biblioteca di mio suocero ereditata da mia moglie trovai il libro di Walter
Gropius dal titolo Architettura Integrata, fu per me una illuminazione perché
tratteggiava la figura di architetto educatore e la sua funzione nella società
moderna. Per quel che mi è stato possibile
ho cercato di seguirlo: prima in una scuola professionale del mobile e
dell’arredamento, l’Ipsia di Lissone e poi con la fondazione dell’Istituto Uomo
e Ambiente e l’organizzazione dei suoi corsi.
Nel 1919 tuttavia le problematiche che doveva affrontare l’architettura
erano piuttosto diverse rispetto ad
oggi, in primis si doveva trovare un accordo tra arte, artigianato e le
macchine. L’industria richiedeva un nuovo plasticismo, una nuova estetica
adatta ai “moderni mezzi di produzione”in un periodo in cui la cultura
occidentale confidava molto nella tecnica e nel suo futuro radioso. Tanto è
vero che gli emblemi del Bauhaus sono i dipinti di Piet Mondrian o le poltrone
in tubolare d’acciaio di Breuer. Per
quanto riguarda l’architettura lo stesso edificio di Dessau progettato da
Gropius ne è l’icona: finestre a nastro, pareti lisce e bianche, tetti piani,
ovvero tutte le caratteristiche poi prescritte dai teorici del
razionalismo. Certo una rivoluzione
rispetto all’architettura neoclassica o eclettica allora imperante ed ancora
oggi subiamo il fascino di quelle forme geometriche. Anche in Italia queste
teorie hanno attecchito con ritardo,
basti pensare alla casa del fascio di Terragni a Como fino ad arrivare alla parte
nuova della Società Umanitaria a Milano che piuttosto tardi, nel 1956, voleva
imitare l’edificio di Gropius. Negli anni però il suo messaggio si è degradato e la semplificazione funzionale
è diventata trascuratezza coprendo, con gli assunti teorici del funzionalismo, le esigenze della speculazione edilizia
soprattutto nel dopoguerra. Come spesso succede gli epigoni hanno quasi sempre
travisato, per interesse, il dettato razionalistico e con il bum economico
questo vizio si è moltiplicato a dismisura. La generazione di architetti che ci
ha preceduto era cosi inebriata di questi concetti tanto da bandire il fine
della bellezza, considerandola una cosa superata. Oggi il panorama culturale è
tendenzialmente cambiato, anzi direi che si è ribaltato. La tecnica che si è
sviluppata in modo esponenziale ha prodotto essa stessa le condizioni per
mettere in crisi quei dettami: non è più considerata la panacea di tutti i mali
dell’umanità, come ingenuamente credevano i futuristi di allora, ma essa stessa
viene considerata un pericolo per la vita del pianeta, se usata male. Dunque
l’architetto seguendo i suggerimenti dello stesso Gropius dovrebbe prenderne
atto. Infatti è nata proprio su queste nuove istanze legate all’ecologia la
bioarchitettura o l’architettura ecologica che, sorta in primis proprio nella
patria del Bauhaus, utilizza elementi naturali che erano stati banditi e la
stessa decorazione non ha più necessità di sottostare al dictat di Loos:”Il
meno è il più”. L’architetto dunque proprio seguendo il modello descritto in
Architettura Integrata dovrebbe farsi carico della responsabilità di un
ambiente più a misura della vita e tornare alla ricerca della bellezza come
fine ultimo del fare umano.
Per questo motivo l’Istituto
organizza quest’anno un master sulla bellezza http://www.uomoeambiente.org
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