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lunedì 8 aprile 2019

Master di ecologia e bellezza





Master sulla bellezza
Quattro  moduli di sei ore e un modulo di quattro ore in cinque giornate venerdi e sabato di due fine settimana e un sabato. Costo di iscrizione 250 euro.

I cinque moduli  tratteranno: filosofia,  natura,  arte, architettura.

1)     Venerdi, filosofia. 6 ore
Mattino
Presentazione del corso
2 ore La crisi della bellezza Davide Gravellini
2ore  Mito e bellezza Federico Bock e Giuseppe Conte
Pomeriggio
2 ore La ricerca dell’armonia Gaspare Lo Buglio

2)     Sabato, natura. 6 ore
Mattino
2 ore Forma e funzione nella natura Enrico Banfi
2 ore Arte e natura Elisabetta Pozzetti
Pomeriggio
2 ore Mitologia degli alberi Oliviero Tomasoni

3)     Venerdi, le arti. 6 ore
Mattino
2 ore Salvezza e caduta dell’arte moderna M. Spada
2 ore                                                     Alzek Michef  
Pomeriggio
2 ore Musica e Architettura, Giuseppe Belluardo

4)     Sabato, architettura. 6 ore
Mattino
2 ore Bellezza in architettura, Franco Purini
2 ore                                     Renzo Salmoiraghi
Pomeriggio
2 ore    L’altro architetto, commenti e dialoghi Maurizio Spada                                  
Fabrizio Patriarca


5)     Sabato mattina 2 ore Impresa  bellezza e produzione
Fabectum e consorzi imprese               
2 ore  Amministrazione pubblica e bellezza
Lidia Arduino vicesindaco di Cusano Milanino e architetto

Lo stage prevede 20 crediti formativi agli architetti rilasciati dall’Ordine di Milano e partirà dal 4 ottobre al raggiungimento del numero minimo di venti iscritti.
E’ necessaria una prenotazione con una e-mail a direttore@uomoeambiente.org, l’Iscrizione vera e propria sarà eseguita presso la Società Umanitaria di Milano sede del corso



martedì 19 marzo 2019

Gropius e il Bauhaus, cento anni di storia.

                                              Battello in partenza, acquerello su carta



Quest’anno ricorre il centenario della nascita del Bauhaus. Voglio quindi mettere insieme alcune riflessioni su questa scuola di arti e mestieri che ha influenzato  l’arte e l’architettura del XX secolo. Nel 1976, fresco di laurea e molto confuso sul mio futuro professionale, nella biblioteca di mio suocero ereditata da mia moglie trovai il libro di Walter Gropius dal titolo Architettura Integrata, fu per me una illuminazione perché tratteggiava la figura di architetto educatore e la sua funzione nella società moderna.  Per quel che mi è stato possibile ho cercato di seguirlo: prima in una scuola professionale del mobile e dell’arredamento, l’Ipsia di Lissone e poi con la fondazione dell’Istituto Uomo e Ambiente e l’organizzazione dei suoi corsi.  Nel 1919 tuttavia le problematiche che doveva affrontare l’architettura erano  piuttosto diverse rispetto ad oggi, in primis si doveva trovare un accordo tra arte, artigianato e le macchine. L’industria richiedeva un nuovo plasticismo, una nuova estetica adatta ai “moderni mezzi di produzione”in un periodo in cui la cultura occidentale confidava molto nella tecnica e nel suo futuro radioso. Tanto è vero che gli emblemi del Bauhaus sono i dipinti di Piet Mondrian o le poltrone in tubolare d’acciaio di Breuer.  Per quanto riguarda l’architettura lo stesso edificio di Dessau progettato da Gropius ne è l’icona: finestre a nastro, pareti lisce e bianche, tetti piani, ovvero tutte le caratteristiche poi prescritte dai teorici del razionalismo.  Certo una rivoluzione rispetto all’architettura neoclassica o eclettica allora imperante ed ancora oggi subiamo il fascino di quelle forme geometriche. Anche in Italia queste teorie hanno attecchito con  ritardo, basti pensare alla casa del fascio di Terragni a Como fino ad arrivare alla parte nuova della Società Umanitaria a Milano che piuttosto tardi, nel 1956, voleva imitare l’edificio di Gropius. Negli anni però il suo messaggio  si è degradato e la semplificazione funzionale è diventata trascuratezza coprendo, con  gli assunti teorici del funzionalismo,  le esigenze della speculazione edilizia soprattutto nel dopoguerra. Come spesso succede gli epigoni hanno quasi sempre travisato, per interesse, il dettato razionalistico e con il bum economico questo vizio si è moltiplicato a dismisura. La generazione di architetti che ci ha preceduto era cosi inebriata di questi concetti tanto da bandire il fine della bellezza, considerandola una cosa superata. Oggi il panorama culturale è tendenzialmente cambiato, anzi direi che si è ribaltato. La tecnica che si è sviluppata in modo esponenziale ha prodotto essa stessa le condizioni per mettere in crisi quei dettami: non è più considerata la panacea di tutti i mali dell’umanità, come ingenuamente credevano i futuristi di allora, ma essa stessa viene considerata un pericolo per la vita  del pianeta, se usata male. Dunque l’architetto seguendo i suggerimenti dello stesso Gropius dovrebbe prenderne atto. Infatti è nata proprio su queste nuove istanze legate all’ecologia la bioarchitettura o l’architettura ecologica che, sorta in primis proprio nella patria del Bauhaus, utilizza elementi naturali che erano stati banditi e la stessa decorazione non ha più necessità di sottostare al dictat di Loos:”Il meno è il più”. L’architetto dunque proprio seguendo il modello descritto in Architettura Integrata dovrebbe farsi carico della responsabilità di un ambiente più a misura della vita e tornare alla ricerca della bellezza come fine ultimo del fare umano.

Per questo motivo l’Istituto organizza quest’anno un master sulla bellezza http://www.uomoeambiente.org 


mercoledì 24 ottobre 2018

Un contributo dell'economista alla cultura del bello di Giorgio Toscani


La Cultura de il “BELLO”




La crisi  che ha  investito  i Paesi occidentali ha prodotto effetti  che vanno al di là della pura valenza economica con conseguenze che non sono ancora prevedibili né quantificabili nella loro interezza.  Per superare una crisi, qualunque essa sia, è necessario una revisione attenta e puntuale dei parametri di progettualità  e dei modelli di vita . Ogni cambiamento scuote dalle fondamenta stili , atteggiamenti, credenze, abitudini nei quali  l’uomo ha radicato la sua esistenza e lo costringe a ricercare ed a valorizzare quelle peculiarità che ne costituiscono il patrimonio identitario, e che hanno  consentito di acquisire un proprio spazio vitale nella competizione globale.
 Dopo il consumismo esasperato degli ultimi anni si tende  ora  a riconsiderare la composizione della domanda verso “standards“qualitativamente più elevati, favorendo l’affermarsi  di ambiti produttivi che esprimano una offerta più  adeguata.
Il nostro Paese per le sue risorse naturali ed artistiche, per la qualità dei suoi prodotti industriali e per la creatività artigianale, viene considerato  come luogo di eccellenza e sommando le  bellezze naturali e le infrastrutture culturali,  si colloca ai vertici dei   Paesi più belli al mondo.
   
 Queste brevi considerazioni per riaffermare il principio che la bellezza è un valore, e che nel momento in cui si invoca la crescita, l’avvio di un processo di sviluppo dovrebbe promuovere il Bello a tutti i livelli: organizzativo, territoriale, produttivo, culturale , politico.  
  Valorizzare il Bello significa contrastare quel senso di trasandatezza, di incuria,  che spesso caratterizza le nostre città, frutto dell’improvvisazione, della subcultura: rappresenta oggi un  “Must”, un dovere etico e morale. Ciò è tanto più necessario in quando l’ottanta per cento della popolazione europea vive concentrata in aree urbane.  Fenomeno questo che, secondo gli esperti, tenderà  ad assumere dimensioni sempre più ampie. Pertanto, lo stile di vita urbano sarà sempre più condizionato dalla produzione industriale , dai servizi, dalle attività commerciali, dai trasporti,  e da  usi impropri del territorio che provocano il degrado civile e sociale.
 Per questo occorre porre rimedio a questa evenienza e  le collettività locali e le famiglie, in quanto centri di vita sociale,  dovranno costituirsi quali custodi delle loro tradizioni e del patrimonio culturale, assumendo  maggiore responsabilità verso il bene comune, ripensando  ad un modo nuovo di stare insieme.
  L’Amministrazione locale, poiché si colloca a livelli di responsabilità più vicini al benessere dei cittadini, ha un ruolo fondamentale nell’indicare stili di vita  e modelli di produzione  di consumo  e di utilizzo degli spazi più idonei, per arrivare a concepire un modello di vita sostenibile con l’obiettivo di perseguire la qualità.

 Il concetto della sostenibilità è inserito nella Carta delle città europee per un modello urbano sostenibile, approvata dai partecipanti alla Conferenza europea, tenutasi  ad Aalborg ( Danimarca ) il 27 Maggio 1994 e ne costituisce il requisito fondamentale..
Nella “Carta” il concetto di sostenibilità, secondo i principi a cui si ispira, contempla la conservazione del capitale naturale a livello ambientale, che sottende la conservazione della biodiversità, della salute umana  e tutto ciò che è necessario per sostenere la vita ed il benessere degli esseri viventi, animali e vegetali.
Le strategie a livello locale possono essere quelle più idonee a fronteggiare  specifiche peculiarità; per sanare i molti squilibri  urbani , architettonici, sociali, economici, politici, partendo dalle risorse.
Il processo di sviluppo, a livello locale, viene riconosciuto dalla Carta come processo creativo,  inserito in una visione evolutiva e non statica, che  ricerchi un equilibrio idoneo a contemperare le diverse attività significative che caratterizzano il sistema urbano, con scelte razionali risultanti  da soluzioni negoziate,  che permettano di goderne i frutti, sia agli attuali fruitori che alle generazioni future.
 Tra gli obiettivi più significativi del modello sostenibile viene suggerito quello di ridurre la pressione sul capitale di risorse naturali, attraverso l’espansione degli spazi verdi per attività ricreative e del tempo libero all’interno delle città,  creando  una maggiore equità sociale tra le classi sociali più deboli, mitigando la ineguale distribuzione della ricchezza.
Integrando i fondamentali bisogni sociali con adeguati programmi, si potrà agire per il miglioramento della qualità della vita  e non solo favorire la massimizzazione dei consumi.
  Un ruolo fondamentale deve essere svolto da tutti i cittadini della Comunità locale nella promozione di attività economiche e gruppi d’interesse con ed  in cooperazione a tutti gli attori  invitati a partecipare al processo decisionale locale.

Per dare  attuazione a tali obiettivi, le città europee firmatarie della Carta si sono impegnate a definire programmi di azione a livello locale di lungo periodo, riassunti nella ”Agenda 21, al fine di stimolare la cooperazione  con piani locali di azione per un modello urbano sostenibile.
  Per questo si propongono di  avviare una campagna di informazione e di diffusione  e di incoraggiamento, tenuto conto degli sforzi necessari a migliorare le capacità degli enti locali nei loro meccanismi decisionali interni, con riguardo agli accordi politici, alle procedure amministrative, alla cooperazione, alla disponibilità di risorse umane e finanziarie, tutte finalizzate alla sostenibilità.

 La riqualificazione dell’ambiente urbano è inserita tra gli obiettivi generali del “Regolamento Forum” del Comune di Roma, in cui è affermata l’esigenza di un miglioramento della dotazione del verde pubblico e della qualità dell’ambiente, attraverso la crescita del verde fruibile, la riqualificazione delle aree verdi pubbliche marginali e di risulta, mediante la realizzazione di orti di quartiere, la concessione–gestione di aree verdi pubbliche a privati, la riqualificazione delle aree verdi pubbliche interne ai grandi sistemi ambientali, il recupero di edifici comunali inutilizzati o poco utilizzati.
 Le possibili ricadute riguardano soprattutto l’accessibilità, la salute, la sicurezza; in una parola una migliore qualità della vita
L’analisi dei documenti preparatori alla  Conferenza Europea” di Aalborg confermano l’orientamento di tipo qualitativo del concetto e del principio di sostenibilità,   che si basa su un processo strategico di attività che ubbidiscano ad un criterio organicistico, assicurando la sostenibilità delle decisioni assunte.
Anche le raccomandazioni” della ”Agenda 21” , che le città firmatarie si impegnano a rispettare, si basano su criteri di cooperazione e di partecipazione a livello locale e la preoccupazione di predisporre opportunità di educazione e formazione sono viste solo in funzione della sostenibilità, uniformandosi  ad un concetto qualitativo.

Il Bello nell’antichità veniva concepito da Platone come la combinazione di fattori, quali la proporzione( bello visibile) e l’armonia (bello udibile) , ordine e misura che si compongono verso una idea eterna, perfetta, immortale del Bello; per Aristotele  il Bello è il “vero” che contempla, l’ordine, la proporzione ,il limite; fattori  che si compongono nel ritmo e nell’armonia, in un processo di imitazione della natura. Per Plotino il Bello non è nella simmetria ma ciò che nella simmetria  riluce, il Bello come intuizione e creazione dell’intelligenza e quindi applicabile a tutte le forme della creazione (dipinti,sculture,forme di governo,straregie,modelli matematici, formula di Eulero, la così detta “porzione aurea” rappresentata dalla lettera greca Ph).
 Per Kant il Bello è ciò che procura una soddisfazione di carattere universale: le cose non sono belle  per se stesse , ma in quanto capaci di eccitare e tendere le nostre forze spirituali, senza interesse e finalità di scopo. Per Croce il Bello non è un fatto fisico ma intuizione a cui il sentimento dà coerenza e unità .Ed ancora, il Bello è la modalità attraverso cui la mente si avvicina allo spirito.
Più di recente il Bello è stato utilizzato per promuovere un’ideologia o un dogma, è stato oggetto di dibattiti sociali ed argomenti,come pregiudizi (razziali), etica, diritti umani; a fini commerciali la
controversia culturale predilige la percezione dogmatica ( il Mito del bello) che è l’essenza virtuosa dove l’intelligenza percettiva tende al riconoscimento del Bello.

L’Italia è diventata nel secolo scorso uno dei paesi più industrializzati del mondo. La ragione di questo successo è dovuto  ad un insieme di fattori, tra i quali  l’altissimo contenuto estetico insito nella tradizione artigianale e nelle tecniche di produzione, che sono due aspetti della stessa medaglia.
La ragione ultima, universalmente riconosciuta, è che il valore della produzione dei beni di alto contenuto estetico è frutto dello straordinario patrimonio culturale ed artistico che assomma in se  una capacità creativa ed una cultura estetica, frutto della eredità rinascimentale. Abbiamo una tradizione artigianale che riesce a produrre con un ottimo livello estetico, dove la componente tecnologica si inserisce efficacemente nel processo produttivo di alta sofisticazione.
In Italia si producono i gioielli più belli, i più bei guanti, le scarpe più belle, i divani più belli, i marmi, le auto,ecc…; tutti prodotti che  si ritrovano in ogni provincia  e che sono frutto di una fortissima esigenza estetica che si esprime solo ad un livello localistico. Molti elementi confluiscono nel processo creativo in una sorta di “genius loci” frutto di una collaborazione tra tradizione culturale ed alta qualificazione artigianale. Oppure, come dice Edoardo Nesi nel suo libro Storia della mia gente ( Premio Strega 2011) questi elementi “sono frutto di una commistione tra arte e vita, che fu il Rinascimento fiorentino, quando grazie a Lorenzo dei Medici nacque e si perpetuò l’idea che dentro gli italiani alberghi una specie di geniale spirito artistico che li rende unici”.
 Tuttavia,  nelle nostre città  lo stridore tra la bruttezza delle periferie con la bellezza del centri storici, assume una dimensione insopportabile e dove il Brutto rappresenta la norma che, unito al degrado, avvilisce sempre di più il senso del Bello che è insito nella natura umana ed appartiene ad ogni individuo, ad ogni cittadino.   
 Occorre quindi recuperare il senso del Bello e farlo emergere in tutte le occasioni in cui sia possibile, cercando di espanderne la sua cultura  a tutti i livelli. Questo sarebbe possibile favorendone il trasferimento delle responsabilità alle comunità locali, secondo un principio di sussidiarietà che permetta di offrire risposte pertinenti rispetto ai bisogni, e scegliere gli interventi pubblici più vicini ai cittadini ed alle comunità.
I cittadini devono pensare alla propria comunità rigettando la crisi epocale  della governace, la crisi del modo di stare insieme, dove l’uomo è maestro e possessore della natura, attivando la relazione tra potere e sapere, rifiutando la legge del padre che induce alla protezione.
 Il presupposto per una nuova governance  vuol dire recuperare un nuovo senso civico di coesione sociale e di valorizzazione delle varie componenti e diversità; vuol dire rifiutare la cultura economica di un neo-liberismo utilitario, subordinato all’efficienza tecnologica, senza una coscienza morale e religiosa; vuol dire  perseguire la priorità del lavoro sul capitale, dell’uomo sul profitto. La logica del sistema capitalistico senza etica  induce ad una mentalità consumistica, madre della speculazione.
Se si vuole recuperare il senso del Bello occorre passare dalla cultura dell’accumulazione alla cultura della sobrietà , perseguire l’obiettivo di favorire la pace come impegno quotidiano e contro il degrado morale, il primato della persona e la dignità della persona .Occorre concepire l’ambiente urbano come luogo degli incontri, recuperando la cultura della città, la metafisica della città: urbis = civitas.
 Benedetto XVI di recente,nella sua prolusione al Bundestag, ha affermato che la cultura del Bello in Europa è frutto del patrimonio culturale  ottenuto dall’incontro tra la civiltà ebraica , greca e romana. La cultura del Bello è stata messa in crisi successivamente dal dominio esclusivo della ragione positivista che, soprattutto nella coscienza pubblica, ha annullato le fonti di conoscenza dell’”ethos” e del diritto. La cultura positivista è quella che ha costruito quegli edifici brutti, quell’insieme di strutture urbane chiuse in se stesse che rifiutano la creatività, rifiutano la luce e la vastità della natura, rifiutandosi di ascoltarne il linguaggio e le norme che sono racchiuse in essa e che sono il frutto di una ragione oggettiva creativa.( Vedi “Le Vele” a Scampia a Napoli o “Corviale” a Roma, ecc.)


 Il Bello è qualcosa che ci appartiene, che abbiamo tutti dentro, fin dalla nostra nascita, che è insito nel mondo che in cui viviamo, nella realtà . Noi abbiamo il compito di osservarla, capirla ed elaborarla  in maniera fedele; e si avrà la bellezza, che è la condizione spirituale più giusta ed armoniosa ed attenta per osservare la realtà ,per suscitare l’amore per la vita.
 Aprire gli occhi ed osservare la realtà, che corrisponde alla verità, comporterà inevitabilmente la contemplazione del Bello che è la fedele , incondizionata, armoniosa fiducia verso il naturale.


                                                                                                          Giorgio Toscani




domenica 26 agosto 2018

Il ponte maledetto




                
Che orribile tragedia il crollo del ponte Morandi sul Polcevera a Genova ! Si rimane esterefatti di fronte alle immagini diffuse dai media ed emergono dal nostro animo emozioni confuse di pietà, rabbia e paura che ci costringono a riflettere sull’accaduto e sulle sue cause. Secondo dati recenti più del 60% dei ponti costruiti in Italia dagli anni cinquanta ai settanta sono a rischio cedimento. Cinque sono crollati negli ultimi due anni. In questo caso il destino beffardo ha fatto cadere proprio un simbolo della tecnica e della modernità di quando l’idea di progresso era diventata un’incontrastata guida in ogni ambito del fare e l’ingegneria italiana veniva ammirata in tutto il mondo. Oggi parliamo di mancata manutenzione, di disastro annunciato da molti segnali e questo ci fa ancora più arrabbiare, ci si sente fragili nelle mani di una economia che ha come primo obiettivo lucrare guadagni sempre più alti a scapito della sicurezza e del bene comune. Galli della Loggia sul Corriere si chiedeva dove fosse lo Stato e denunciava in questa scarsa idea di Stato la causa dei mali italiani. Altri commentatori hanno dichiarato che gli italiani sono contrari all’industria e al progresso e quindi hanno favorito i contestatori della Gronda che avrebbe alleggerito il traffico sul ponte maledetto. Personalmente ritengo che questo crollo, come del resto gli altri, sia invece un segnale della debolezza del concetto di progresso che aleggiava intorno alla metà del secolo scorso. Ho già scritto diversi articoli su questo Blog, e nel mio libro L’altro architetto,  di denuncia rispetto a  questa idea di progresso e di economia. Questo ponte crollato ne è l’emblema. Ciò infatti ha a che  fare con il concetto di bellezza mescolata alla volontà di potenza, da questo punto di vista era l’ogoglio di Genova che si paragonava a New York. Questa bellezza però frutto della presuntuosa sfida alle leggi della statica in nome del progresso mi rammentano l’apologo di Dedalo e Icaro. La presunzione e la provocazione sono sentimenti negativi che fanno disastri quando sono applicati all’architettura dei ponti soprattutto se non accompagnati da una manutenzione necessaria. Ma tralasciando l’intento che qualcuno definirebbe moralistico e invece cercando di interpretare la malattia e non solo il sintomo mi riallaccio ad un mio articolo del 2016, a commento  dei 50 anni dalla pubblicaione del libro di Calvino Speculazione edilizia. La cementificazione della Liguria, che lo scrittore denunciava già negli anni 60, è continuata in crescendo e l’hanno chiamata boom economico, questa è la vera causa del crollo del ponte sul Polcevera che simbolicamente ha spezzato in due le Riviere sfigurate da una politica urbanistica improntata alla « deregulation » cui è stato dato il nome di rapallizzazione  a ricordare ciò che è avvenuto nella ridente cittadina ligure.  Cause generali dunque sono state l’aumento del traffico e a monte la scelta di privilegiare il trasporto su gomma anzicchè su rotaia, queste ed altre quisquilie sempre orientate da una economia che  fa il bello e il cattivo tempo in Italia dove la politica è fragile come il ponte e la bellezza è considerata un lusso.

  
       

       

         
  


   
                 


venerdì 29 giugno 2018

Della riapertura dei navigli milanesi




C’è molta polemica sulla riapertura dei navigli. Ciascuno porta buone ragioni per il si o per il no ed è difficile districarsi fra queste opinioni. Alcuni affermano che l’opera sarà costosissima e di questi tempi sarebbe meglio impiegare quei soldi per rigenerare le periferie, altri vedono l’operazione più che altro come una trovata turistica che porta valore solo al centro città, infine altri ancora affermano che avendo fatto un referendum nel 2011,ed avendo avuto circa 500.000 si, bisogna ascoltare i cittadini e mettere mano alla riapertura. Altri, ancora per il si. dicono che l’avvio dei lavori potrebbe costituire una occasione per una presa di coscienza della situazione idraulica milanese per migliorarla. Che dire a fronte di tutte queste belle considerazioni ? Personalmente credo che ve ne sia un’altra a favore del si, che nessuno ha citato per paura di apparire patetico, ed è quella della bellezza. Questo concetto è cambiato  dagli anni venti della chiusura, impregnati di futurismo. I popoli civili hanno sempre aspirato a costruire città belle, anzi erano chiamati civili proprio per questo e la città era bella perchè offriva esempi di cura, attenzione ed amore che creavano luoghi ameni, adatti a starci bene, e questi risultavano da una mescolanza di natura e cultura  frutto della creatività umana. Fra gli elementi naturali l’acqua ha sempre avuto uno spiccato valore simbolico, è fons e origo per citare il filosofo Bachelard, soprattutto dove andava a compensare il prevalere della pietra e del cemento. Il funzionalismo del secolo scorso ha negato questo bisogno privilegiando le esigenze del traffico automobilistico e della speculazione edilizia. Quando frequentavo la facoltà di architettura negli anni sessanta un professorone di progettazione, che in seguito diventò un archistar internazionale, avendo dato come tema una scuola elementare, suggeriva di posizionarla su una piastra di calcestruzzo a cavallo di uno snodo stradale a traffico veloce. Ora questo sembra ridicolo rispetto ai nuovi gusti generati dal pensiero ecologico ma allora sembrava il non plus ultra della modernità e dell’educazione. Dicevo dunque che rispetto agli anni in cui furono coperti i navigli alla « città che sale » si è sostituita la città lenta. Ecco dunque un buon argomento a favore della riapertura poichè credo che sia il segnale di una nuova estetica, soprattutto in una città come Milano che negli anni scorsi ha pesantemente favorito nuovi massicci  interventi  squilibranti come Porta Nuova ed Ex Fiera dove ha trionfato la tecnica globalizzante, distopica e banalizzante. E’ ormai a noi chiaro che la crisi ecologica del mondo moderno sia figlia di una crisi estetica dove il bello è stato sostituito dall’utile e la natura  sfruttata a dismisura.  Per questo motivo bisogna evitare che la riapertura consista nel progettare dei laghetti da cartolina a scopo turistico che contrastano con la tradizione. Cercare l’identità perduta è una operazione delicata che richiede molto studio.