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giovedì 23 gennaio 2020

Rigenerare le periferie








              Pulire le scritte sui muri è un primo passo per la dignità di un quartiere (Baggio)




Il seguente scritto  di Giovanni Poletti, ex presidente della cooperativa Abitare, sua relazione al nostro ultimo convegno sulla casa, rappresenta per noi la modalità giusta per operare una rigenerazione urbana.

Non è molto semplice definire cosa sia la BELLEZZA legata alla casa ed al suo contesto.
 In generale credo che ognuno abbia una reazione diversa davanti alla BELLEZZA, e ritengo che queste diversità di sensazioni siano ricollegabili ai differenti stati d’animo, ai problemi che ci si porta addosso e alla complessiva situazione ambientale.
Ma se è impossibile rispondere ai problemi personali è tuttavia attuabile una politica del BELLO, inteso quale combinazione tra efficienza, funzionalità, qualità ambientale e sociale e abitazione, ma non nel senso del rifugio, del fuggire, del chiudere la porta blindata perché fuori il mondo è cattivo e mi vuole male. Quando mai chi vive queste situazioni può vedere attorno a sé la BELLEZZA?
BELLEZZA vuol dire anche armonia, ordine, direi buon gusto.
Si è vero, ma vediamo la BELLEZZA attorno a noi quando c’è pulizia, quando i servizi tecnici del caseggiato funzionano, quando il verde è ben tenuto, quando la raccolta differenziata viene attuata correttamente, quando qualcuno interviene nel caso di mancato rispetto del regolamento, quando si esce in strada e le buche nell’asfalto vengono coperte, ecc….
Vengo a qualche cosa di più concreto, convinto che qualsiasi intervento di risanamento, di riconversione al BELLO, debba tenere conto di chi lo deve fruire e contribuire al suo mantenimento.
Cambiare un citofono rotto, cancellare scritte sui muri o sugli ascensori, avere paura a scendere in cantina o quant’altro, senza accompagnare l’intervento risanatore con una riqualificazione sociale, vuol dire riprodurre la malattia senza fare terapia.
Ovviamente non sto parlando delle nuove bellissime costruzioni che mi riempiono di soddisfazione per la mia Città, ma per le quali lascio ogni considerazione ad altri che interverranno questa mattina.
Mi riferisco a quella grande parte della Città che non fa parte del BELLO di Milano ed i cui abitanti raramente sono nelle condizioni di vedere e godere del BELLO.
Ripropongo una sintesi del Programma degli interventi già attuati su 1.700 abitazioni di una grande Cooperativa Edificatrice, a Niguarda, oggi Coop. Abitare con 2.750 abitazioni, a seguito della fusione con le Coop. Edificatrici di Affori e Dergano. 
I problemi che si presentavano erano i soliti, dopo anni di mancati interventi di manutenzione ordinaria poi diventati ovviamente di straordinaria manutenzione. Conseguentemente il comportamento degli abitanti   denotava un certo distacco dalla Cooperativa e dai suoi valori fondanti.
All’inizio del mio mandato mi sono chiesto se veramente conoscessi le famiglie che vi alloggiavano e quali fossero le loro attese, i problemi più acuti, le partite più in sofferenza. Incaricammo due assistenti sociali di svolgere una ricerca mirata a tal fine
 Contemporaneamente abbiamo svolto una indagine sul patrimonio, sullo stato conservativo, ma con un occhio alle questioni più critiche e come risolverle cogliendo l’occasione degli interventi programmabili per fare un salto in avanti per la qualità dell’abitare.
In quel periodo la Lega delle Cooperative del settore abitazione cambiò il concetto di Cooperativa di Abitazione in Cooperativa di Abitanti. Questa non fu una mera variazione lessicale, ma la base, la motivazione profonda di un radicale cambiamento della strategia gestionale delle Cooperative.
Davanti ad uno strisciante problema di impoverimento di quella cultura della partecipazione e della solidarietà, i grandi pilastri degli   ideali cooperativi ci si rese conto che anche un valido programma di interventi   sul patrimonio abitativo della Cooperativa non era sufficiente ad invertire una rotta che ci stava portando diritto a diventare un insieme di condomini litigiosi.
Una indagine del 1994 aveva evidenziato che circa il 40% dei soci abitanti si era espresso positivamente circa l’acquisto dei loro alloggi.
Era il segnale che il Corpo Sociale, la Cooperativa si stava disgregando e che si doveva intervenire parallelamente in diverse direzioni.
Decidemmo una operazione a tenaglia: da un lato un esteso programma di interventi sul patrimonio edilizio, quasi di riqualificazione e dall’altro un programma di rilancio, di rafforzamento del tessuto sociale
Tema numero 1) il programma di interventi sul patrimonio edilizio
Durata 15 anni, finanziamento dei costi pari a 25 milioni di euro, con mutui venticinquennali, costi a carico dei soci, sulla base della superficie degli alloggi, senza distinzione della vetustà del quartiere, contributo a carico del bilancio della Cooperativa pari al 15%.
Tutti iniziarono a rimborsare i costi indipendentemente dalla   realizzazione degli interventi e dei loro costi.
Va rilevato che fu posta grande attenzione alla qualità degli interventi con i seguenti punti di forza:
- identificazione ed eliminazione dell’amianto, nel rispetto delle vigenti normative. E non fu poca cosa anche in termini di costi.
- cappotto termico o insufflaggio per le facciate in rifacimento
-realizzazione di impianti fotovoltaici per la produzione di energia elettrica su tutti i tetti disponibili, con una produzione  di 900 Kw di picco (contro una produzione italiana di 50.000 Kw.)
- aumento del verde in misura del 20% e realizzazione di giardini con programmi pluriennali di manutenzione
-ammodernamento delle centrali termiche, con l’adozione di caldaie di ultima generazione e delle pompe di calore
-piano di ammodernamento degli ascensori.
- realizzazione in tutti i quartieri di aree giochi per i bambini
- ammodernamento degli impianti di ascensori realizzati in tutte le case.

Tema numero 2: attenzione al Corpo Sociale
L’indagine espletata sul corpo sociale valutando soprattutto le fasce più deboli o quelle situazioni segnalate in difficoltà, mise in evidenza che il problema più grave era la solitudine.
Causa primaria era lo sfilacciamento dei rapporti familiari in particolare delle persone anziane; le conseguenze erano il loro decadimento psico-fisico, con l’abbandono delle terapie, la trascuratezza complessiva della persona e dell’alloggio.
Ci siamo chiesti cosa mettere in campo per dare una risposta ai problemi evidenziati e più in generale su quali basi rilanciare e rafforzare il tessuto sociale.
Abbiamo voluto scommettere su due obbiettivi:
LA CULTURA E LA SOCIALIZZAZIONE
PER LA CULTURA furono realizzati il teatro della Cooperativa di via Hermada la cui programmazione dopo 14 anni è più viva che mai e di alta qualità, con dieci posti di lavoro.
Il Centro Culturale di via Hermada, dotato di una libreria con circa 10.000 volumi ed un posto di lavoro
L’edizione di un periodico della Cooperativa inteso come “lavagna” a disposizione dei Soci
Spettacoli nei cortili
PER LA SOCIALIZZAZIONE, furono realizzate in ogni quartiere, spazi dedicati alle attività sociali, con un fondo cassa ed un coordinamento, gestiti direttamente dai Soci
Con la Caritas Ambrosiana è in atto un servizio di trasporto dei Soci in difficoltà e bisognosi di assistenza sanitaria o per l’espletamento di incombenze amministrative, ecc..
Queste le iniziative di alto significato sociale ma anche espressione di una cultura cooperativa che si apre al territorio con numerose iniziative:
ANZIANI: 
- 900 anziani in difficoltà affiancati da un programma di monitoraggio
- distribuzione pasti caldi, servizio oggi effettuato dal comune.
- Monitoraggio e prevenzione della legionella
- Case dell’acqua in ogni quartiere
GIOVANI :
- realizzazione Centro giovani
- assegnazioni alloggi a studenti e rifugiati
DISABILI
-la realizzazione di un Centro di assistenza per persone con disabilità anche non socie, gestito dalla Coop. Diapason e situato all’interno di un   nostro quartiere con 35 presenze quotidiane,
-l’assegnazione di alloggi a particolari condizioni a Cooperative attive in ambiti della disabilità anche psichiatrica.
In tutti i quartieri è presente il servizio di portierato
Ogni tre anni sono rieletti i Consigli di Quartiere
In sostanza l’obbiettivo di fondo era LA PRESENZA CONCRETA DELLA COOPERATIVA là dove i bisogni erano più significativi
In circa 20 anni di attività delle nostre iniziative sociali anche aperte al territorio non abbiamo mai dovuto registrare lamentele o mugugni da parte  da parte degli abitanti.
Sottolineo che quanto sin qui detto non erano buone idee ma precise e durature iniziative messe in atto.


DUE BREVI CONSIDERAZIONI:
Le ristrutturazioni alla data odierna non hanno richiesto alcun intervento riparatore.
 Le gare d’appalto non sono avvenute con la regola del massimo ribasso, ma sulla base del miglior rapporto costi- benefici, rispetto al capitolato di gara.
I risultati sul piano sociale possono essere definiti buoni, ma non esaltanti. Le conseguenze della crisi hanno inciso come in tutte le situazioni sui redditi delle famiglie e conseguentemente sulla partecipazione e sulla disponibilità ad assumersi responsabilità organizzative ed operative

Consentitemi alcune annotazioni.
Siamo tutti consapevoli che grandi aree da dedicare all’edilizia   residenziale non ci sono a meno che non le si voglia togliere al verde. Fatto che non credo sia possibile, dopo la promessa del Comune di piantare tre milioni di alberi.
Sappiamo che la popolazione aumenta e presenta una domanda abitativa diversa al passato, molti diventano cittadini a tempo determinato.
Sappiamo anche che una larga parte dell’edilizia residenziale pubblica e privata è vetusta, anche in condizioni disastrose rispetto ai parametri medi della sostenibilità tecnico - ambientale.
Costruire in altezza diventa una necessità, ma dà risposte al tema della residenzialità? Non risolve i problemi anzidetti.
Diventa difficile parlare di BELLEZZA, di ECOLOGIA in quelle situazioni.
ECOLOGIA vuol dire difesa dell’ambiente, ovviamente non quello esistente in gran parte della Città, dunque dobbiamo creare una nuova Milano. Si può sognare! ma chi guarda una cartolina di Milano dieci anni fa ed oggi, nota una forte differenza.
Sogni? Cominciamo a non fermarci allo Stadio di San Siro, ma mandare avanti la riconversione degli scali ferroviari.
Mlano è la Città dell’accoglienza, ma non può disporre di una normativa “ambrosiana” dell’integrazione e questa assenza legislativa, ma soprattutto politica e culturale, non consente di governare l’integrazione e l’insediamento degli immigrati. Anche per queste situazioni bisogna creare opportunità di abitazioni anche miste. Capisco che i sogni richiedono soldi. Ma sono problemi ormai inderogabili. A volte sul tema casa ho la sensazione che tra la Regione ed il Comune di Milano esista una conflittualità che ha tutta la parvenza di essere strumentale in vista delle prossime elezioni amministrative, che avranno le periferie quale terreno di scontro, peraltro non vedo un altro terreno di attacco all’attuale Amministrazione comunale.
Bisogna recuperare nel medio periodo un livello accettabile di sicurezza percepita.  Estremizzando anche via Padova e viale Monza potrebbero avere un quid di BELLEZZA se la sera la gente potesse passeggiare senza paura.
Milano è una Città amabile, dà grandi sensazioni, noi la vorremmo ancora più bella, più vissuta, con una ampia armonizzazione centro/periferia. Il Comune sta attuando una politica più rivolta alle periferie che nel passato, ma se non si risolvono certi nodi, proprio legati alla casa, difficilmente potremo parlare di BELLEZZA in una vasta parte della città.
Ma tutte queste buone intenzioni sono sotto il coperchio dell’inquinamento. Si potrà parlare a lungo di BELLEZZA se i fattori di inquinamento si aggravano sempre più, se Area C e B sono pannicelli caldi che non risolvono il problema?
Viaggiando in superficie con i mezzi pubblici salta agli occhi l’enorme numero di macchine ferme ai margini delle strade riducendo le vie a sensi unici e determinando una media delle velocità a minimi sopportabili.  Un problema enorme del quale non vedo la soluzione, ma sul quale auspicherei una riflessione
Il fenomeno dell’urbanizzazione di enormi masse di persone, sta facendo esplodere molte grandi città. Inquinamento, differenze sociali, ghettizzazione dei poveri, si creano situazioni esplosive, che in alcune realtà sono già ingestibili. Venti, trenta milioni di individui che si accalcano continuamente, che si muovono a ritmi frenetici non possono essere il futuro dell’umanità. Sembra peraltro impensabile un ritorno alla campagna, alla montagna, al vivere bucolico.
Milano ha 1.400.000 abitanti ed è prevista in crescita per i prossimi dieci anni.
Le città come Milano sono entità ancora governabili, ma certi fenomeni anche se si presentano con molta minore violenza, ci devono far riflettere. E credo che ci stiamo attardando.












domenica 12 gennaio 2020

Gli alberi di via Bassini a Milano




Ho partecipato alla protesta per il taglio degli alberi in via Bassini a Milano per i motivi seguenti. Milano è una città fortemente urbanizzata, risulta essere, in Lombardia e in Italia, una delle ultime in classifica per mq di verde per abitante (12,7 mq/ab contro 500/ab Sondrio). I pochi parchi centrali, come in tutte le città storiche europee, sono i giardini delle dimore nobiliari aperti al pubblico, il resto del verde si trova intorno alle periferie, ma non dentro le periferie, grazie all’urbanistica dello zoning, sono aree faticosamente sottratte alla speculazione edilizia. Questi parchi esterni ben vengano per la CO2 ma a volte, se non vissuti, diventano anch’essi dei non luoghi dove in certe ore vi è il deserto che attira chi pratica attività illegali, vedi il bosco di Rogoredo per la droga. Dunque il fazzoletto verde di via Bassini è tanto più prezioso in quanto si inserisce in un’area semicentrale fortemente cementificata e viene fruito costantemente. Bisogna inoltre ricordare che la funzione dell’albero non è solo quella di fare da filtro agli inquinanti, ora certa architettura vorrebbe fare altrettanto con le superfici di nuovi edifici, questa è una giustificazione scientifica che corrisponde solo in parte alla necessità dell’albero in città, esso infatti ha anche valenze simboliche ed estetiche che lo rendono un elemento assolutamente integrato e coerente con la funzione dell’ abitare. Per Mircea Eliade, grande storico delle religioni, “l’albero è arrivato al punto di esprimere tutto ciò che l’uomo religioso considera reale e sacro per eccellenza”, anche i miti sulla ricerca dell’immortalità mostrano un albero dai frutti d’oro. E’ un organismo vivente che simboleggia la vita stessa, non si può abbatterlo senza dare l’impressione del non rispetto per la vita, soprattutto poi in spregio all’opinione degli abitanti, e dunque se accettiamo la definizione di bellezza=rispetto per la vita, come affermo nel mio saggio del 2004 Ecologia e Bellezza (Alinea editore) l’abbattimento denota scarsa attenzione alla qualità urbana, quindi alla bellezza. Ho già scritto sul mio L’altro architetto (Casagrande editore) che nelle aree urbane sarebbe meglio avere piccoli parchi sotto casa che grandi esterni alla città perché la presenza di terreni non impermeabilizzati oltre a permettere l’assorbimento della pioggia in estate costituisce garanzia di temperature più miti e maggior circolazione d’aria. Ad un mio articolo sulla Pietà di Michelangelo un lettore ha risposto: “Meglio un albero”. Sono d’accordo solo in parte ma questo dimostra il valore che alcuni gli danno. Non si può quindi tagliarli di soppiatto senza il consenso dei cittadini. L’ambientalismo non è una moda ma una necessità e l’Istituto Uomo e Ambiente se ne è fatto carico fin dal lontano 1984.    
 
 

martedì 29 ottobre 2019

In ricordo di un amico che scompare

                                      Infinito olio su tela 2008

 

Gaspare Lo Buglio era poco più che un ragazzo quando partecipò alla fondazione dell’Istituto Uomo e Ambiente nel 1984. Era un giovane architetto che veniva da Palermo e ci eravamo conosciuti all’Ipsia di Lissone dove insegnavamo, lui si infervorò subito per le idee che allora andavo mettendo a fuoco in merito alla necessità di rifondare l’architettura su basi ecologiche, partecipò dunque all’atto costitutivo dell’associazione. Successivamente, non ricordo i motivi, ci perdemmo di vista fin quando una decina d’anni fa si presentò ad uno dei nostri numerosi convegni in Umanitaria e ricominciò a frequentarci. Da allora è stato socio sostenitore ed ha partecipato alle nostre numerose riunioni. Aveva un grande interesse per Leonardo da Vinci ed era diventato suo profondo studioso e conoscitore. Raccontava di aver scoperto il nome della misteriosa modella per La Gioconda e che ne avrebbe rivelate le prove in una esposizione che stava preparando da lungo tempo. Lo andai a trovare dove abitava  solo in modo molto spartano per scoprire i suoi segreti ma era piuttosto riservato. Scoprimmo che amava una gattina che gli faceva compagnia nel suo soggiorno bohemien. Lo scorso anno lo invitai a tenere una relazione sull'armonia nell'ambito del convegno Sano, bello, felice in architettura. Fu una rivelazione che piacque a tutti per la profondità e la preparazione. Fra l’altro parlò della bellezza come antidoto alla guerra mostrando i dipinti rinascimentali che ritraggono Venere e Marte dopo il coito da cui nacque Armonia e mostrando come Venere riesca a domare Marte. Fu tra i primi a sottoscrivere il nostro  Manifesto sul diritto alla bellezza naturale che presentammo lo scorso autunno. Ora se ne è andato in silenzio a sessantasei anni improvvisamente, e misteriosamente come aveva vissuto, nell'anno delle celebrazioni della ricorrenza della morte del suo Leonardo da Vinci tanto amato lasciandoci un po’ tutti sgomenti e un po’ tristi per non averlo forse pienamente compreso.  

mercoledì 9 ottobre 2019

Della Bellezza






Risultati immagini per ingres
Auguste Ingres L'odalisca




Della Bellezza.
di Federico Bock
 Estratto da due moduli di lezione all'Umanitaria sul tema "Bellezza e Mito", nell'ambito di un convegno organizzato da Uomo e Ambiente.
Aforismi (e considerazioni) sulla “bellezza”
-1- “Se si priva il mondo della bellezza, non c’è rimedio all’umiliazione. Ma è difficile che ci sia bellezza nel mondo senza solidarietà per gli umiliati”, (Zygmunt Bauman, Il disagio della postmodernità, Laterza, Bari-Roma 2018, 340).
-2- “E’ una certezza strana e insopportabile sapere che la bellezza monumentale presuppone sempre una schiavitù ed è tuttavia bellezza, e che non si può non volere la bellezza e non si può volere la schiavitù, la quale rimane comunque inaccettabile. Forse è per questo che io pongo al di sopra di tutto la bellezza di un paesaggio che non è pagata con nessuna ingiustizia e dove il mio cuore è libero” (Albert Camus, Taccuini 1951-59, Bompiani, Milano 1992, 138).
 Esiste anche la bellezza delle strutture tecniche, esiste anche la bellezza del prodotto tecnicamente riuscito. In esso si manifesta una funzionalità che fa avvertire una necessità naturale, come forma pura dell’opera umana, che si riconosce pure nella struttura dell’organismo di animali e piante. E’ la bellezza dell’oggetto funzionale, esempio di forme predeterminate ed eterne (Karl Jaspers, Origine e senso della storia, Mimesis 2014, 153.
-4- La bellezza è concretamente giovevole, considerazione utilitaristica – questa – ma non meno plausibile alla luce delle intuizioni dei grandi letterati, da Dostoevskij (“la bellezza salverà il mondo”) a Leopardi, che nello Zibaldone (1666) fa una affermazione a proposito della musica, ma subito vòlta in direzione del “bello” in genere: “…Tanto è vero che il di lei (della musica: n.d.r.) singolare effetto non deriva dall’armonia in quanto armonia, ma da cagioni estranee alla essenza dell’armonia, e quindi alla teoria della convenienza e del bello (sottolineatura d.r.).
Come dire, accostando “convenienza” e “bello”, che il bello è conveniente rispetto al non-bello, il bello è utilitaristico, dà giovamento, ciò che riprova la giustezza del pensiero di Jaspers sopra riportato.
-5- “Bellezza” è un termine universalmente usato per designare il corrispondente “concetto”. Ma la difficoltà sta nell’individuare l’essenza, l’ontologia, l’essere (e non il dover-essere e neppure l’“esserci”) della bellezza. Altrimenti, ci s’impantana nelle infinite applicazioni del concetto di bellezza, nel relativismo più sfrenato, tipo: “non è bello quel che è bello, è bello quel che piace”.
Invece bisogna andare oltre il concetto di bellezza, per esplorare il quale basta consultare un buon dizionario (qualità di ciò che è bello, valore estetico delle cose). No, io voglio conoscere cosa è la bellezza, non il concetto della bellezza nei suoi molteplici contenuti, non voglio correre il rischio di banalizzare la bellezza con il “bello” e con il “mi piace”: la bellezza non è il “bello” e non è il “mi piace”.
-6- Il problema si presenta per ogni terminologia, che abbia la pretesa di racchiudere il senso dell’operare umano: termini come “bellezza”, “libertà”, “verità”, ad esempio, sarebbe quindi ridicolo ridurli tautologicamente a “bello”, “libero”, “vero”, o a farne una indefinita e poco plausibile casistica. Io credo che ci sia una sola bellezza, come c’è una sola libertà, come c’è una sola verità. Dove e come scovarle?
-7- Scovare, dunque, la bellezza.
Plutarco dice che nel tempio dedicato a Iside, a Sais, in Egitto, c’è un’iscrizione di fronte alla quale si sono inchinati i grandi del pensiero (Goethe, Schiller, Kant, Novalis):
- “Quid fuit, est, erit, ego sum, peplumque meum nemo submovit” (“Io sono tutto ciò che fu, che è, che sarà, e nessun mortale ha mai sollevato il mio velo”).
Ma non è forse, questo, l’emblema della bellezza? Allora la bellezza diviene l’aspirazione a sollevare il velo di Iside, diviene lo “streben”, la curiosità a (cercare di) perseguirla, come non dissimilmente avviene per altri termini delineanti l’operare dell’uomo, quali – dicevamo – la giustizia, la verità, la libertà.
Bellezza, dunque, è già la curiosità della bellezza, curiosità inappagabile, irraggiungibile, inarrestabile.
-8- Ma la curiosità della bellezza, per conseguire il proprio risultato, cioè per (cercare di) scovare la bellezza, richiede studio, applicazione, richiede assuefazione, abitudine, tutti aspetti – questi – che poco hanno a che vedere con la fretta.
Viene in mente il motto latino festina lente (affrettati lentamente), che Svetonio mette in bocca ad Augusto, oppure il mio motto “chi ha fretta ha sempre torto, chi ha torto ha sempre fretta”.
C’è un poeta francese, Valery, che ha teorizzato l’elogio della lentezza, che teme la fretta e la concitazione, che aborrisce la frenesia conseguente alla perdita di sensibilità del moto senza tregua. Valery è atterrito, più che dal vuoto, dal movimento infinito e senza senso che incontra ad ogni piè sospinto, e fa suo il frammento di Blaise Pascal “il silenzio eterno di questo spazio infinito mi spaventa”.
Lasciarsi spaventare dall’infinito, questo è “bellezza”. Anche se lo stesso Leopardi, che pure all’infinito ha dedicato una composizione, dubita che l’infinito sia veramente infinito, o non piuttosto “finito” anch’esso, dubbio cui la scienza non ha saputo finora rispondere.
Valery ritiene il progresso e la morte inestricabilmente connessi.
Sembra anticipare Adorno, quando questi afferma, nei Minima Moralia, che l’atteggiamento a-storico nei confronti della velocità del cambiamento si accompagna alla consapevolezza della sicura caducità del mondo.
Ma la caducità del mondo non è forse ancora una volta ciò che è nascosto sotto il velo di Iside? La caducità del mondo non può essere, forse, l’esserci heideggeriano della bellezza, il cui velo nessuno mai è riuscito a sollevare, ma tutti fra i dotati di cuore cercano pervicacemente di fare?
-9- Cambiando civiltà, nella Cina imperiale del XVIII secolo, l’eminente monaco e pittore Shitao scrive, nei Discorsi sulla pittura (Jouvence, Milano 2014, 38), “…Trasformazione è vita, e vita è trasformazione. La pittura non fa altro che offrire allo sguardo questa verità, metterla in forma visibile, o meglio rilanciarla nel suo aspetto di visibilità. Ciò che è male, ciò che è da evitare, secondo questa linea interpretativa del reale, è la stasi, il blocco. Cercare di fissare il reale, pensare di volerlo rendere stabile, immutabile: questo è l’errore, e il carattere che rende morto, sterile un dipinto.”
Siamo ancora al velo di Iside, e si noti che in tutto il suo scritto non una volta Shitao menziona il termine “bellezza”, che pure muove tutta la sua arte in una curiosità e tensione (“streben”) che lui stesso ben teorizza.
-10- Bellezza è femmina.
La “bellezza” non è il “bello”, che è soltanto suo attributo.
“Bellezza” (femminile) e “bello” (maschile).
Schönheit (femminile) e Schöne (neutro).
Beauté (femminile) e beau (maschile).
Beauty (femminile) e beauty (maschile).
Belleza (femminile) e hermoso (maschile).
Beleza (femminile) e belo (maschile).
-11- Concludo con Baudalaire (Inno alla bellezza), che è andato molto vicino all’iscrizione di Iside:
“Vieni dal cielo profondo o esci dall’abisso
Bellezza? Il tuo sguardo, divino e infernale,
dispensa alla rinfusa il sollievo e il crimine,
ed in questo puoi essere paragonata al vino,,,”.
E più avanti:
“Esci dal nero baratro o discendi dagli astri?
Il destino irretito segue la tua gonna
come un cane; semini a caso gioia e disastri,
e governi ogni cosa e di nulla rispondi.”
Direi che questa lirica è proprio paradigmatica dell’iscrizione di Iside a Sais: io fui, io sono, io sarò, nessun essere umano ha mai sollevato il mio 


giovedì 18 luglio 2019

Lettera ai Verdi sul clima


Siamo sconcertati dalle voci allarmistiche sui cambiamenti climatici. Addirittura alcune derive dei Verdi, che spero non siano condivise dalla dirigenza, sconsiglierebbero di fare figli per non esporli alle possibili catastrofi ambientali del 2050, data fatidica del non ritorno se l’inquinamento da CO2 continuasse ai livelli attuali. Questo mi fa venire in mente l’Alto Medioevo, prima del 1000 ci fu infatti un calo demografico eccezionale in ragione del fatto che ci si aspettava la fine del mondo, l’apocalisse profetato dalle sacre scritture. Personalmente non ho molto approfondito la tematica, immagino vi siano molti studi e dati statistici che sostengono questa funesta previsione ma io difendo il diritto al dubbio, anche perchè vi sono altrettanti studi che negano la relazione fra emissioni e cambiamenti climatici. Come al solito le opinioni variano tra catastrofisti e negazionisti nel solito gioco dualistico sostenuto dalla presunzione della scienza di prevedere e controllare il futuro. Il fatto poi che si sia usata l’ingenuità di una ragazzina autistica per rendere più drammatica la faccenda mi fa sospettare che ci sia sotto qualcosa di poco nobile. Sostengo infatti, e non da oggi, che la politica ambientalista dovrebbe fondarsi su nuove prospettive di speranza e non sulla paura. Tutti i regimi più degenerati sono nati dalla paura sparsa a larghe mani da demagoghi interessati al potere, compreso il nazifascismo. Una dirigente verde mi ha dato del decerebrato per questa mia opinione. Attenzione perchè già da molto nel movimento si annida una profonda aggressività,  non vorrei che  si prendesse una brutta piega. Come ho più volte scritto non si tratta di dimenticare gli effetti negativi della modernità, dell’industria e del consumismo ma nemmeno di tralasciarne le ricadute positive che fanno accorrere migliaia di migranti alle nostre sponde. Non possiamo diventare misantropi, nemici dell’uomo in favore della natura : esemplari di questo atteggiamento erano l’amore per le piante di alcuni gerarchi nazisti che mandavano a morte migliaia di ebrei. Uomo e natura sono una cosa sola ed è averli separati,da Cartesio in poi, che ha generato grandi guasti. E’ necessario se mai un neoumanesimo che sia consapevole di questa unità e riconosca come suo fine l’aspirazione alla creatività e alla bellezza naturale. Perchè è da una caduta estetica che nasce la crisi ecologica. Edgard Morin diceva in Il pensiero ecologico : seguire la natura e guidarla. Del resto se accettiamo che il sistema Terra è assimilabile ad un sistema vivente, come ormai sembra che tutti gli ambientalisti accettino, come è possibile applicare formule matematiche ? Gli organismi viventi sono creativi per antonomasia e sanno generare  meccanismi correttivi a situazioni critiche per tornare ad un equilibrio omeostatico. Questo non vuol dire che non si debba fare nulla e si debbano lasciare le cose come stanno ma nemmeno dipingere oscuri orizzonti apocalittici per catturare consensi. Bisogna invece capovolgere il pensiero dominante per arrivare ad una ecosofia che aiuti a vivere oggi in accordo con la natura, vivere bene oggi rende il futuro un sogno di speranza. Occorre infine  migliorare gli effetti positivi della modernità estendendoli alle parti sociali più deboli.   

 

lunedì 8 luglio 2019

Proposta di rigenerazione urbana presentata al Comune di Milano




 



Progetto Ortica


Ogni territorio ha una sua vocazione, ogni territorio ha caratteri e ritmi propri. L’Ortica è un quartiere popolare, poco attraente, quindi ci siamo concentrati sull’idea che la gente possa usare gli spazi pubblici in modo intelligente e democratico dimostrando che da un ciuffo di ortiche si può tirar fuori la ricetta per il riscatto delle periferie a rischio. Infatti i  maggiori contenitori di biodiversità non sono i boschi o le aree protette ma le aiuole spartitraffico, le scarpate ferroviarie, i terreni industriali dove la vegetazione può tornare a svilupparsi. Ed è per questo che, dopo aver visitato il quartiere, ed averlo frequentato più anni, abbiamo valutato che il miglioramento della vita, in un processo di rigenerazione urbana che privilegi l’elemento naturale come mezzo di arricchimento qualitativo,  può avvenire tenendo presente le necessità insite,  per storia, tradizione e vocazionalità del luogo, soprattutto delle persone  che volessero imparare un mestiere a contatto con la natura fatto di lavoro e raccolto. Del resto il nome stesso di Ortica deriverebbe da orto o ortaglia, prendersi cura di un orto e produrre una parte del cibo che si consuma è  un modo  per ridare significato alla filiera alimentare e l’aula all’aperto in cui comprendere tutta insieme la rete della vita nelle sue infinite ramificazioni e connessioni. Esso infatti mette a frutto abilità manuali, sviluppo del pensiero sistemico interdipendente, capacità revisionali,  le conoscenze botaniche, la ricerca delle sementi e non ultimi il senso e il gusto dell’attesa.  Per questo  abbiamo considerato che gli interessati  si potrebbero dedicare all’apprendimento  di nozioni erboristiche al fine di creare in loco una spezieria che realizzi i suoi preparati attraverso la coltivazione di erbe. All’interno del quartiere potrebbe sorgere una struttura, nella quale sarebbero venduti i preparati ottenuti attraverso la coltivazione delle erbe e delle piante nei campi di proprietà comunale o in un edificio ad hoc.  Nelle aule disponibili o realizzabili saranno inoltre previsti corsi per tecnici degli orti botanici, per apicoltori, per coloro che vogliono apprendere nozioni di cucina naturale.  L’ informazione, affinchè sia anche una esperienza formativa, avverrà  creando una fornita biblioteca di food con testi che riguardano la tradizione della cucina lombarda di ieri e di oggi . Verrà, al contempo, svolta una sensibilizzazione al fine di creare un’agricoltura che sia anche arricchimento spirituale per chi la pratica. Saranno attivati stages per rispettare la natura e la tradizione partendo da quel che si è senza dimenticare le origini, insegnando l’utilizzo di erbe aromatiche e varietà floreali che richiamano insetti utili e impollinatori, come il fiordaliso, le calendule officinali, l’issopo, la senape bianca, la melissa, l’origano, il timo e la santoreggia. Seguendo la presenza locale si potrà creare una scuola di arte bianca con l’utilizzo delle farine alternative ricavate dagli antichi grani coltivati in loco.

Qualora la disponibilità di aree ad uso agricolo non fosse sufficiente si costruirà una struttura semipermanente in legno e vetro per colture sovrapposte a più piani, che potrebbe arrivare anche ad altezza considerevole, biotorre o vertical farm, cosi da dare l’impressione che la città restituisca il terreno sottratto per produrre cibo. Questo edificio, con una forma piramidale o a spirale per le note proprietà energetiche, al contempo utilizzerà e produrrà energie alternative, derivanti da geotermia, pompe di calore, sistemi solari, eolici e di reimpiego del vapore acqueo.  Qui saranno coltivati i prodotti ad uso alimentare.  Nell’edificio  alla base si posizionerà  la biblioteca di food internazionale  e un centro di accoglienza.  Si ipotizza inoltre di destinare uno spazio alla Spezieria . Il tipo di utenza dovrà aggregare, disoccupati, giovani  animati da uno spirito naturalistico, immigrati con permesso di soggiorno, studenti interessati all’utilizzo terapeutico e alimentare delle erbe che potranno abitare nei locali della struttura per brevi periodi seguendo una graduatoria con l’obiettivo di imparare un mestiere e  di recuperare il ruolo naturale del mondo agricolo come punto di partenza di una educazione ecologica al fine di conoscere la natura in un’ottica di conforto personale e di ritrovamento di se stessi.    


Questa scheda è stata presentata all'assessore Maran su sua sollecitazione.